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Tra il 1268 e 1269 la Santa Sede scese in campo contro "Luceria Saracenorum" con una Crociata per debellare tutti i musulmani presenti nella città, unica roccaforte dell’islam dell’intero meridione. Molte le pressioni che ricevette Carlo I d'Angiò affinché eliminasse ogni saraceno presente nella città. Il re angioino, però, seguendo l'esempio di Federico II, una volta impugnata la città per fame, anziché uccidere o esiliare i saraceni, cercò di stringere con loro un rapporto di fiducia. Perdonò le loro colpe, privandoli però della libertà di governarsi seguendo le leggi islamiche. I saraceni, per evitare di sottostare ai d'Angiò, cercarono inutilmente di fuggire dalla città, trovandovi spesso la morte.

Carlo I d'Angiò, nella riorganizzazione della città, fece risistemare il Palatium federiciano, trasformandolo in una fortezza, rafforzata le difese con una maestosa cinta muraria a ridosso del margine collinare del Monte Albano.
I lavori furono seguiti da Pierre d'Angicurt, progettista di fortificazioni, e dai magister carpentarius Riccardo da Foggia e Giovanni di Toul; i lavori durarono quasi quindici anni (1269-1283). La muraglia fu dotata di 15 bastioni quadrangolari, 7 torri pentagonali, e 2 torri cilindriche, una detta del Re, o del Leone, e l'altra più maestosa detta della Regina, o della Leonessa. L'accesso alla fortezza era regolato da 4 porte: Porta Troja a sud, Porta Castel Fiorentino a nord, Porta di Guardiola a ovest, e Porta Luceria a Est, verso la città. Per separare la fortezza dal centro abitato fu scavato un vigoroso fossato difensivo e creato un ponte levatoio per collegare le due parti. All’interno della fortezza, fu edificato il nuovo palazzo residenziale, una chiesa francescana e alcuni alloggi, che servirono alle numeroso famiglie di origine provenzale che il re fece stanziare all'interno della fortezza. La convivenza con i saraceni durò ben poco, in quanto le famiglie di Provenza, preferirono allontanarsi dalla città, trasferendosi nell'alta valle del Celone fondando i paesi di Faeto e di Celle San Vito, dove tuttora nei dialetti locali è rimasta l'impronta francese.

Alla morte di Carlo I d'Angiò, gli succedette il figlio Carlo II d'Angiò, detto lo zoppo. Questi, a seguito di un'ulteriore ribellione dei saraceni, nell'anno 1300, cedette alle insistenze di papa Bonifacio VIII e organizzò la "Crociata Angioina": la città, dopo un lungo e astuto assedio condotto da Giovanni Pipino da Barletta, venne distrutta tra il 15 e il 25 agosto 1300; le mura e le moschee furono abbattute e gli abitanti musulmani massacrati o venduti come schiavi. La statua della Vergine nascosta per anni nella chiesa di Santa Maria della Tribuna tornò alla luce e portata in processione nella festosa piazza centrale della città, avvenimento che ancora oggi si ripete ogni 14 agosto, anche se da allora della vecchia statua mariana si sono ormai perse le tracce.

In pochissimo tempo il borgo fu ripopolato di cristiani da ogni parte del regno. La città fu rinominata Civitas Sanctae Mariae (città di Santa Maria) e al posto della Moschea principale, demolita, venne costruita, sempre sotto la guida di Pierre d'Angicurt, la Cattedrale dell'Assunta, una maestoso esempio di stile gotico prettamente angioino, con richiami all’antico romanico. Nel 1301, Carlo II d'Angiò fece giungere in città una nuova statua della Vergine, detta della Vittoria, alla quale donò simbolicamente le chiavi della città e alla quale sua moglie Maria d’Ungheria offrì una grande collana d'oro. La statua fu collocata nella Cattedrale e da allora invocata come Santa Maria Patrona di Lucera.

Nell'antico borgo furono riammessi ordini monastici cacciati dal regno da Federico II. Oltre la Cattedrale, infatti, furono edificate altre quattro chiese e affidate proprio alla cura degli ordini mendicanti, chiamati dal re angioino per dare un nuovo volto cristiano alla città:

  • San Francesco, affidata ai francescani minori conventuali;
  • San Domenico, affidata ai domenicani predicatori;
  • San Leonardo, affidata agli agostiniani;
  • San Bartolomeo, affidata ai celestini.

Nella città di Santa Maria fu istituita una nuova Zecca e ai suoi abitanti fu dato il privilegio di appartenere direttamente al re, senza possibilità per la città di essere infeudata (regia demanialità), e inoltra fu assegnato ad ogni famiglia un terraggio, i cui frutti dovevano essere sia agricoli e sia di pascolo.

A Carlo II d'Angiò succedette il suo terzogenito Roberto, in quanto il primogenito Carlo Martello salì sul trono d’Ungheria e il secondogenito Ludovico d'Angiò, per alcuni fonti nato nella fortezza di Luceria, intraprese la vita ecclesiastica, prima come frate francescano e poi come vescovo di Tolosa; oggi è invocato quale Santo.

Per riportare la cristianità nella città, Roberto d'Angiò fece giungere da Avignone (il papato in quegli anni non era a Roma) a Santa Maria il vescovo croato domenicano Agostino Kazotic che in un solo anno riuscì a convertire il popolo lucerino, iniziando la costruzione del nuovo episcopio, creando un orfanotrofio femminile, restaurando la chiesa di Santa Maria della Tribuna. Nel 1323 però venne ferito da un saraceno e a seguito delle ferite riportate morì il 3 agosto dello stesso anno. Il corpo del vescovo fu tumulato nella chiesa di San Domenico.

Nel 1341, sotto Roberto d'Angiò nella città di Santa Maria si contavano 13 chiese. Oltre ai conventi di San Francesco, San Domenico, San Leonardo, San Bartolomeo, si aggiunse la chiesa di Sant'Antonio Abate, in un vecchio harem a ridotto del Monte Belvedere, che fu affidata ai Cavalieri Teutonici. Le parrocchie erano 8:

Altre tre statue della Vergine Maria, simili a quella della Patrona, arrivarono a Lucera e collocate nelle più importanti parrocchie della città:

  • Santa Maria della Vittoria, nella parrocchia di San Giacomo Maggiore Apostolo;
  • Santa Maria della Misericordia, nella parrocchia di San Lorenzo Martire;
  • Santa Maria della Libera, nella parrocchia di San Matteo Apostolo.

In questi anni, seguendo le volontà del vescovo Agostino Kazotic vide la luce l'ospedale delle Cammarelle e le mura furono riedificate e allontanate dalla fortezza di Monte Albano e l'accesso alla città fu sempre regolato dalle cinque porte ricostruite Porta Albana, Porta Troja, Porta Foggia, Porta San Severo, Porta san Jacobi e con l'aggiunta di Porta Casalis Novi, sul versante ovest, direttamente verso la Fortezza.

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