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Nel brigantaggio post-unitario, espressione sociale di nuove ed endemiche difficoltà meridionali, confluiscono motivazioni diverse, dall’esasperazione contadina per l’insoluto problema delle terre al legittimismo borbonico, dall’avversione verso i “galantuomini” pronti a schierarsi con la nuova classe dirigente all’ostilità per le regole imposte dal governo piemontese, dalla leva obbligatoria al prelievo fiscale. Costante ed evidente risulta l’attrito del nascente stato italiano nel penetrare nei territori annessi.

La letteratura sull’argomento è oggi vasta e sempre più esaustiva, soprattutto nella misura in cui il fenomeno è stato letto come risposta ad una mancata “rivoluzione agraria”, come tentativo legittimista, come guerra civile. Più di recente, il quadro si arricchisce di ulteriori aspetti, piuttosto insoliti per una storia al “maschile” fatta di ribelli fuorilegge, ed è la partecipazione della donna alla lotta brigantesca, ora fiancheggiatrice ora essa stessa a capo di una banda.

Numerosi sono i profili delle donne briganti, nonostante il ritardo degli storici a considerarne attivamente il ruolo. Inoltre, soltanto di recente l’indagine ha alleggerito gli accenti mitici della narrazione nei resoconti biografici a vantaggio di letture oggettive relative a cronache dell’epoca e agli atti dei processi. Ripercorrendo a grandi linee la storiografia sull’argomento, il primo lavoro organico sulla presenza della donna nel brigantaggio si deve a Jacopo Gelli (Banditi, briganti e brigantesse dell’Ottocento, 1931), che imposta l’opera secondo una visione fortemente conservatrice in linea con le interpretazioni della prima metà del Novecento: le donne briganti sono categoricamente “drude” al servizio di delinquenti, assassine e “virago della malavita macchiaiuola”.

La situazione rimane inalterata negli sporadici tentativi di riportare storie di brigantesse, fino alle soglie degli anni settanta del Novecento con il più noto volume sull’argomento, Le brigantesse di Franca Maria Trapani.

La sua ricostruzione, per alcuni versi ancora legata ad elementi leggendari, rappresenta una svolta nell’approccio al fenomeno, nell’intento di considerare figure come Maria Rosa Martinelli, Filomena Cianciarullo, Filomena Pennacchio, Maria Oliverio, Serafina Ciminelli, ecc., donne autonome e “psicologicamente” indipendenti nei comportamenti e negli intenti, nel complesso “una prima ribellione femminile allo stato di soggezione atavico e tradizionale delle donne nelle province del Mezzogiorno”. Ad oggi la ricerca si arricchisce di nuovi volti e storie, ad opera di autori come Maurizio Restivo e Valentino Romano, dove la ricostruzione oggettiva prende il sopravvento sugli elementi popolari della narrazione.

Grazie a questa tendenza di studi, è stato possibile evidenziare un dato di fatto: la massiccia presenza delle donne al processo di ribellione del Mezzogiorno subito dopo l’Unità. Il brigantaggio fu un crogiolo di motivazioni diverse, per questo è ancora più difficile definire quanta coscienza legittimista abbia potuto animare il fenomeno delle donne briganti.

Sicuramente la presenza della brigantessa ribalta il ruolo stereotipato della tradizione femminile del Mezzogiorno e, conoscere i loro ritratti sul piano storico, grazie al recupero di cronaca e atti di processi, ci informa della profonda determinazione e del coraggio insoliti agli occhi dei moderni di cui furono capaci, fautrici di azioni illecite e particolarmente violente, atti estremi di efferatezza, affermazione identitaria e ribellione, ora contro i soprusi baronali, ora contro la Guardia Nazionale, contro il proprio coniuge, o familiari, se necessario, fino a comandare in prima persona una banda, maneggiare armi di taglio e da fuoco, prelevare riscatti; o, più semplicemente, coinvolte nel manutengolismo, nella fitta rete di relazioni clandestine con i parenti datisi alla macchia.

Alcuni ritratti chiariscono le tipologie sopra identificate. Anche se è difficile operare una scelta, ci riferiamo nello specifico ai casi più noti, come quelli di Michelina Di Cesare, Filomena Pennacchio, Maria Oliverio, le cui storie cruenti hanno lasciato un alone mitico presso le popolazioni d’origine, ora “riciclate” nelle canzoni popolari, nei testi dei cantastorie e delle ballate profane, ora ripercorse nell’immaginario di studiosi e letterati romanzando le vicende in drammi e novelle.

 

Michelina Di Cesare (1841-1868), per esempio, è un’icona del brigantaggio femminile, la più ritratta nei testi sull’argomento, dapprima giovane e bella in abiti tradizionali e con la doppietta, poi fotografata nuda e sfregiata in seguito alla cattura e all’uccisione. Michelina incontra e segue Francesco Guerra, ex sergente dell’esercito borbonico passato alla macchia subito dopo la nascita del Regno. Dalle testimonianze dei processi, è additata più volte come amante, “druda” e braccio destro del Guerra, al quale la donna gli rimarrà fedele fino alla morte, quando entrambi vengono catturati presso il Monte Morrone, sempre nel casertano, e uccisi nell’agguato stesso. «Da qualche tempo – riferisce il rapporto del Comando – si stavano perlustrando quei luoghi accidentati […] quando alla guida venne in mente di avvicinarsi a talune querce che egli sapeva alquanto incavate, ed entro le quali poteva benissimo nascondersi una persona. Fu buona la sua ispirazione, perché […] scorse appoggiati ad una di quelle querce due briganti, che protetti un po’ dalla cavità dell’albero […] cercavano ripararsi dalla pioggia. Appena scortili, […] il Capitano […] con un salto fu addosso a quei due ed afferratone uno pel collo, lo stramazza al suolo e con lui viene ad una lotta corpo a corpo, finché venne dato ad un soldato di appuntare il suo fucile contro il brigante e di renderlo cadavere. […]. Quel brigante fu subito riconosciuto pel capobanda Francesco Guerra, ed il compagno che con lui s’intratteneva, appena visto l’attacco, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pitzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, s’imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato. Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina De Cesare druda del Guerra.» (V. Romano, Brigantesse, pp. 100-101). I loro corpi furono esposti il giorno successivo come monito per la popolazione.

Filomena Pennacchio (1841 - ?), secondo la tradizione, esordisce uccidendo il marito, un cancelliere di Foggia, al quale era andata in sposa per risollevare le sorti della famiglia, infilzandolo alla gola con uno spillone. L’omicidio la consegna alla macchia dove si aggrega alle bande locali. Diversi tribunali, tra Potenza, Avellino e Lucera, testimoniano negli atti i numerosi capi d’accusa, dalla grassazione all’estorsione, fino all’omicidio volontario. Amante di Giuseppe Schiavone, fu catturata, pare, in seguito alle gelosie di Rosa Giuliani, precedente compagna del brigante, che denunciò il rifugio della banda. Mentre Schiavone fu condannato a morte, la Pennacchio scontò la pena in carcere, inizialmente stabilita in vent’anni di lavori forzati, poi ridotta. Uscì nel 1872 anche se della sua vita successiva non ci sono notizie.

Anche Maria Oliverio (1841 - ?) si dà alla macchia dopo un omicidio, quello di sua sorella Teresa, ritenuta colpevole di tradimento con suo marito Pietro Monaco, ex sergente borbonico, anch’egli destinato al brigantaggio dopo l’Unità. La donna, vestiti i panni di uomo, si associa alla banda del marito operante in Sila, fino a quando, in seguito ad un attentato in cui Pietro perde la vita, ne assume il comando. Ciccilla, secondo la tradizione, è nota come “la brigantessa delle brigantesse”, l’unica ad essere condannata a morte “mediante fucilazione alla schiena”, dal Tribunale Militare. Condanna che in realtà non sarà eseguita, ma trasformata nel carcere a vita da scontare nella prigione di Finestrelle in Piemonte, triste luogo di destinazione di molti condannati del brigantaggio.

 

Tratto da www.instoria.it

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