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Un biglietto è datato «Cerignola, 9 giugno 1862».

Vi si legge: «Gentilissimo Signore / In vista del Presente vi  Benignati mandarmi / la Somma di  Ducati due mila ed un buono / due Botte ella Poi non deva Denugiare mentre / da me estata molte anni bene rispettato, Percio / mi credo essere con tutta la Delicatezza servito, e mi / terrai i saluti ed attendo il di Lui cangiarro / aspetto vi saluto con stima e sono / Carmine Crocco Donatelli / Generale Comandante».

Nell’altro - «Cerignola, 23 giugno 1862» - c’è scritto: «Signore / Vi compiacereto Regalarmi uno dui colpo / e la somma di Docati due cento cinquanta / se il tutto mi sieno pronti io vi sarò / grato, in caso di conserveremi, nell’apportuna / occasiona. / Tanto ossequi sono / Carmine Donatelli Crocco». Un «due botte» è un «fucile a due colpi», così come «uno dui colpo». «Un cangiarro» è un’altra arma da fuoco.

La firma è quella di Carmine Donatello Crocco, capo brigante tra Lucania e Puglia. Fu forse il più prestigioso e temuto dei briganti che, dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie, dettero vita al brigantaggio postunitario: nato, o propagandato, in chiave filoborbonica, poi proseguì solo in rappresentanza di se stesso; e costituì una grosso ostacolo ai progetti dei Savoia.

Le lettere citate (riprodotte nelle foto) fanno parte di trentadue biglietti di ricatto, del tutto inediti: furono inviati a possidenti e benestanti, sottointendendo - e spesso esplicitando - la minaccia di ritorsioni su persone e proprietà (animali, masserie, coltivazioni) qualora le richieste non fossero state esaudite. I biglietti sono stati ritrovati, interpretati, «tradotti» (sono scritti in un misto di dialetto e italiano) e contestualizzati dal professor Giuseppe Clemente - presidente del «CRD Storia Capitanata» e tra i più attenti studiosi di quel periodo storico - che li ha pubblicati sulla Rassegna storica del Risorgimento.

Diciannove lettere sono conservate nell’Archivio di Stato di Lucera (Foggia): sei portano la firma di Crocco, le altre quella di altri capibanda. Tredici biglietti sono custoditi da Luigi Iamele di Celenza Valforte: furono inviati a Vincenzo Iamele, proprietario tra i più facoltosi di Celenza e capitano della guardia nazionale, «per questo - scrive Clemente - sottoposto a continue vessazioni dalle bande della zona, particolarmente da quelle di Gianbattista Varanelli e di Michele Caruso».

Mentre Crocco, il solo capo capace di leggere e di scrivere, usava toni in apparenza concilianti, altri capi utilizzavano toni più espliciti. Ad esempio, Caruso chiede alcune migliaia di ducati «che a nostro piaceri ci minimo abbigliare se non dembito tutto questi siate distrotto tutto glia nimala e ucciso anche vuo». Traduzione: «che a nostro piacimento ci verremo a pigliare» e «se non adempite (se non dembito tutto) saranno distrutti tutti gli animali e sarete ucciso».

«I biglietti - afferma Clemente - oltre all’importanza storica, hanno anche un eccezionale valore linguistico: sono scritti in un misto della lingua italiana ufficiale (che stentava, e stenterà ancora a lungo, a diffondersi) e le parlate locali, dense di significati, metafore, tradizioni, usanze, allusioni, che evocano un mondo ormai perdutosi nella notte dei tempi». «Nella primavera del 1861 si formarono molto bande in Capitanata - spiega il professore - Le grosse formazioni di Crocco, che dalla Basilicata arrivava nella Capitanata e nella Murgia barese, e di Caruso, che operava dal Fortore fino al Molise e al Beneventano, avevano un vasto raggio d’azione. Le altre bande agivano di preferenza nell’area in cui il capo e i componenti erano nati».

«Spesso - continua - le bande erano in conflitto non solo con l’esercito, la guardia nazionale e le squadriglie armate pagate da proprietari, ma anche con la popolazione, stanca di subire». Un Far West nostrano. Di certo - una volta che esercito e forze di polizia passarono al contrattacco - scrivere e recapitare lettere minatorie alle vittime diventò vitale per i briganti, che avevano bisogno di approvvigionamenti.

I biglietti venivano affidati a pastori, contadini e massari. Più arduo trovare chi sapesse scrivere, dato che i capibanda, tranne Crocco, erano tutti analfabeti. Circostanza comune, all’epoca, se si considera che il censimento del 1861 rivelò che il 74,7%degli italiani non sapeva né leggere né scrivere; percentuale che nel Sud raggiungeva anche il 97 %. «I capibanda obbligavano spesso i giovani che sapevano leggere e scrivere a seguirli. Chi aveva la fortuna di averne uno, lo teneva in gran conto», racconta il professore. E chi riceveva le lettere raramente (fenomeno ancora d’attualità sul fronte delle estorsioni) presentava denuncia. Però i biglietti erano conservati: poteva servire un alibi per evitare l’arresto con l’accusa di «connivenza col brigantaggio».

Fatto sta che contro i briganti fu istituito un vero stato di guerra, con la completa e spesso feroce militarizzazione del territorio e i pieni poteri (legalizzati con la legge Pica nel 1863) ai generali Cialdini prima, La Marmora poi, al comando di 163.000 uomini. Crocco, accusato di 67 omicidi e altri reati, fu condannato a morte l’11 settembre 1872. La sentenza fu poi commutata nei lavori forzati a vita. Si spense nel bagno penale di Portolongone (oggi Porto Azzurro, Isola d’Elba) nel giugno 1905, a 75 anni.  
 

Di Marco Brando; articolo pubblicato su «Corriere della sera - Corriere del Mezzogiorno» del 18/03/2005.

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