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Il fenomeno del brigantaggio ha origini remote e riguarda periodi storici e territori diversi, ma nella storiografia italiana questo termine si riferisce generalmente alle bande armate presenti nel Mezzogiorno tra la fine del XVIII secolo e il primo decennio successivo alla proclamazione del Regno d'Italia. In questo periodo storico, queste bande erano mosse da motivazioni di natura sociale e politica, in esse agivano gruppi di braccianti ed ex militari borbonici, che si opponevano alle truppe del neonato Stato italiano. Assunse i connotati di una vera e propria rivolta popolare, dove furono coinvolti vari strati sociali, con connessioni e complicità tra signori e banditi, investendo indifferentemente zone urbane e rurali.

Il brigantaggio iniziò così a presentare una forza tale da vincere quella dello stesso Stato, incapace ancora di mediare tra i diversi ceti. Francesco Saverio Nitti considerava il brigantaggio un fenomeno complesso, che assumeva i connotati di banditismo comune, di reazione alla fame e alle ingiustizie e di rivolta di natura politica. Egli riteneva che il brigante, in gran parte dei casi, si rivelava un paladino del popolo e simbolo di rivoluzione proletaria: « Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa.

Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori. »
Un fenomeno di resistenza, per il quale il deputato liberale Giuseppe Ferrari disse: «I reazionari delle Due Sicilie si battono sotto un vessillo nazionale, voi potete chiamarli briganti, ma i padri e gli Avoli di questi hanno per ben due volte ristabiliti i Borboni sul trono di Napoli».
Subito dopo l’unità, anche prima con l'arrivo di Garibaldi a Napoli, proliferarono molti gruppi di fuorilegge costituiti particolarmente da soldati sbandati; contadini ridotti alla fame e pastori che si dettero alla macchia, rubando capi di bestiame ai latifondisti. Alle attività di brigantaggio parteciparono anche preti di campagna - simbolo di malcontento e malessere molto diffusi nel clero rurale - che andarono ad ingrossare le file dei banditi. Vi furono diverse insurrezioni popolari, contro il nuovo governo, che interessarono le ex province del Regno delle Due Sicilie. Tra le cause principali del brigantaggio post-unitario si possono elencare: il grave peggioramento delle condizioni economiche; l'incomprensione e indifferenza della nuova classe dirigente, per la popolazione da loro amministrata; l'aumento delle tasse e dei prezzi di beni di prima necessità; l'aggravarsi della questione demaniale, dovuta all'opportunismo dei ricchi proprietari terrieri.

Il brigantaggio, secondo alcuni, fu la prima guerra civile dell'Italia contemporanea e fu soffocato con metodi brutali, tanto da scatenare polemiche persino da parte di esponenti liberali [«Si è inaugurato nel Mezzogiorno d'Italia un sistema di sangue. E il Governo, cominciando da Ricasoli e venendo sino al ministero Rattazzi, ha sempre lasciato esercitare questo sistema» (Nino Bixio). Citato in Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento, Guida Editore] e politici di alcuni stati europei. Tra i politici europei che espressero critiche nei confronti dei provvedimenti contro il brigantaggio vi furono lo scozzese McGuire, il francese Gemeau e lo spagnolo Nocedal. 
Alcune correnti di pensiero considerano il brigantaggio postunitario come una sorta di guerra di resistenza. I briganti del periodo erano principalmente persone di umile estrazione sociale, ex soldati dell'esercito delle Due Sicilie ed ex appartenenti all'esercito meridionale (garibaldini), ma anche banditi comuni, oltre che briganti già attivi come tali sotto il precedente governo borbonico. La loro rivolta fu incoraggiata e sostenuta dal governo borbonico in esilio, dal clero e da movimenti esteri come i carlisti spagnoli.
Per acquietare la ribellione meridionale, furono necessari massicci rinforzi militari e promulgazioni di norme speciali temporanee come la legge Pica (dal nome del suo promotore Giuseppe Pica) in vigore dall'agosto 1863 al dicembre 1865 su gran parte dei territori continentali del precedente regno delle Due Sicilie, dando origine uno scontro che porterà migliaia di morti.

Questa legge fu promulgata dal Parlamento  e resa operativa il 15 agosto 1863, rimanendo in vigore fino 31 dicembre 1865.

Presentata come "mezzo eccezionale e temporaneo di difesa", la legge Pica intendeva porre rimedio  al fenomeno del brigantaggio nel Mezzogiorno, istituendo tribunali militari sul territorio e permettendo la repressione di qualunque resistenza: si trattava, in pratica, dell'applicazione dello stato di assedio interno.

Senza bisogno di un processo si potevano porre agli arresti domiciliari i vagabondi, le persone senza occupazione fissa, i sospetti fiancheggiatori di camorristi e briganti, fino a un anno di reclusione. Nelle province infestate dai briganti tutte le bande armate di più di tre persone, complici inclusi, potevano essere giudicati dalla corte marziale.

 Alla soppressione dei diritti costituzionali si accompagnarono misure come la punizione collettiva per i reati dei singoli e le rappresaglie contro i villaggi. 

Il "contingente di pacificazione" constava dall'inizio di 120.000 unità, per poi discendere negli anni successivi a 90.000 uomini prima e poi a 50.000, quasi la metà dell'allora esercito unitario. I morti per la repressione dovuti alla legge Pica furono superiori a quelli di tutte le guerre del Risorgimento. 12.000 gli arrestati e deportati, 2.218 i condannati. Nel 1865 furono 55 le condanne a morte, 83 ai lavori forzati a vita, 576 ai lavori forzati per periodi più o meno lunghi, 306 alla reclusione ordinaria.

La repressione del brigantaggio postunitario fu molto cruenta e fu condotta col pugno di ferro da militari come Enrico Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna e Ferdinando Pinelli, che destarono polemiche per i metodi impiegati. I briganti, sorprendendo i soldati, li sottoponevano alle più crude sevizie. Quindi il gen. Pinelli e il magg. Fumel, sferzando la giusta ira delle milizie, le spinsero a tutti gli eccessi. I paesi e le borgate furono messi a ferro e fuoco senza pietà. I colpevoli venivano cacciati come assassini, ed erano privati dell’appoggio delle famiglie. Le bande, abbandonate dal partito reazionario si tramutarono in frange di comuni delinquenti.

In Capitanata, i briganti si riunivano in posti strategici per meglio commettere i loro crimini. Tali crimini variavano dalla semplice delinquenza comune, in genere si perpetravano furti presso le masserie di campo, fino a degenerare a tal punto da causare le più intollerabili nefandezze: rapimenti ai fini di riscatto, assalti dei convogli e diligenze per rapina, assassini su commissione, fino a condire tutto ciò con incendi,furti di bestiame,stupri e violazione di conventi.  Tutto ciò portò a rilevanti danni per l’economia

Tra i documenti d’archivio che abbiamo potuto visionare direttamente nel fondo dell’Intendenza di Capitanata, nelle carte della Prefettura e negli atti di Polizia, sono presenti le denunce inviate ai vari organi istituzionali per arginare questo fenomeno che, nel tempo, diverrà sempre più dilagante. I sindaci dei comuni interessati si rivolgeranno alle forze dell’ordine per chiedere maggiori presenze di militari nella zona. Più volte gli Intendenti saranno chiamati in causa per intervenire.

Le località in cui era maggiore la concentrazione delle bande erano tre: la zona nord del Fortore, ai confini del Molise e della Campania. In particolare, negli anni compresi tra il 1861 ed il 1864, questa zona era territorio di Nicandro Barone, Michele Caruso, Giuseppe Pennacchia, Pasquale Recchia, Pasquale Rizzi e Giambattista Varanelli. La zona del promontorio del Gargano era invece territorio di Michele Battista, Angelo Maria Del Sambro, Gabriele Galadi, Luigi Palumbo, Angelo Maria Villani. La catena dei monti che da Bovino, Ascoli ed Anzano si congiunge all’avellinese e confina a sud con i boschi del Vulture era dominio di Tommaso Melcangi, Antonio Petrozzi, Giuseppe Schiavone, ai quali si univano altre bande provenienti dalla vicina Basilicata, in primis spiccano quelle di Gerardo Gammino, Carmine Donatello Crocco, Giovanni Fortunato, e dalla provincia di Avellino quelle di marciano La Pia, Agostino Sacchitiello e Antonio Tasca.

Senza alcun dubbio i briganti conoscevano bene i luoghi che frequentavano, a differenza dei militari che si muovevano con notevole difficoltà perché, non essendo del posto, si avvalevano di guide locali. Ogni banda, quando non si univa alle altre per grosse operazioni contro l’esercito, agiva su un territorio ben circoscritto, che generalmente era quello in cui ogni brigante era nato o dove viveva. Ovviamente anche la mancanza di carte topografiche adeguate non consentiva una facile esplorazione dei luoghi interessati. Il 10 agosto 1862, i comandi militari ottennero un Regio Decreto che autorizzava la spesa straordinaria di L. 2.000.000 per realizzare una carta topografica delle province napoletane e siciliane con scala 1/50.000. L’età media dei briganti oscillava tra i 20 ed i 36 anni. Una volta catturati questi subivano la fucilazione. Fu così che verso la fine dell’Ottocento le bande maggiori furono sterminate. A queste bande si aggiunsero frange di delinquenza comune, formate da gente appartenente a ceti medio-bassi, ed a questi spesso i proprietari, temendo rappresaglie, concedevano favori.

Il brigante aveva un vestiario tutto suo,indossava una giacchetta attillata,calzoni al ginocchio con strisce di cuoio dai polpacci alla  caviglia,stivali  o ghette ai piedi,mantellaccio corto,in testa un cappello a cono(alla calabrese)con piuma. Intorno al collo portava catene,scapolari o immagini sacre di cui chiedeva la protezione. Le loro armi consistevano in schioppi, doppiette, pistole e coltelli alla cintura.

A Lucera, all’indomani dell’Unità d’Italia e precisamente il 17 marzo 1862, il Capitano Richard e 21 militari tra graduati e soldati semplici caddero in una imboscata tesa dai briganti facenti capo ad un certo Michele Caruso di Torremaggiore. La banda di Caruso agiva per lo più nel Molise, nel Beneventano e nella provincia di Foggia, ricattava e depredava i proprietari delle masserie prese di mira ed era definita dai poveri contadini del Sud “la banda degli eroi”. I militari di Capitan Richard furono trucidati in massa in “Località Petrella” nell’agro lucerino e i caduti furono sepolti proprio nel cimitero di Lucera. È ovvio che tale imboscata era indirizzata ad intralciare l’esercito del neonato Stato Italiano nel suo proposito di contrastare il Brigantaggio stesso. Dopo lo sterminio di località Petrella, la storia ricorda la strage di “Torre Fiorentina” sulla Strada Provinciale nei pressi di Torremaggiore, dove l’8 aprile i Lancieri di Montebello uccisero trenta patrioti. La storia vuole che forse tra i morti di Torre Fiorentina ci fossero anche due Lucerini.
Molti briganti ed insorti, se non uccisi direttamente sul campo di battaglia, venivano catturati, rinchiusi nelle carceri e poi uccisi. Il carcere di Lucera tra il 1861 e il 1863 era sovraffollato e di alcuni, che proprio in questo luogo persero la vita con la fucilazione, ne ricorderemo i nomi in questa sede: Pasquale Rogo e Roberto Vito di Panni, Raffaele De Santis e Michele Zurro, insorti garibaldini di Lucera, Baldassarre Iorio e Silvestre Giovannangelo di Carlantino, Falceto Fedele di Castelluccio Valmaggiore, Mansueto Nicola di Monfalcone, Pepe Giovanni di Motta, Valente Michele di Gambatesa e Giovanna Carrozza di Carlantino. Giovanna Carrozza forse era una brigantessa e fu fucilata nel carcere di Lucera nell’ottobre del 1861.

Il brigantaggio, inteso come rivolta antisabauda, interessò quasi esclusivamente i territori meridionali continentali ex borbonici, ciò ci indica la profonda differenza, già esistente nel 1861, tra il Nord-Centro ed il Sud della penisola, divario che sarà meglio noto con il nome di Questione meridionale, fonte di infiniti dibattiti e tesi.

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