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Don Alesandra de TrojaAi piedi dell'altare di S.Maria, è sepolto Don Alesandro de Troja, secerdote lucerino morto in odore di santità. Di lui si era perso il ricordo (tanto che il sepolcro era indicato da una semplice croce incisa sul pavimento), ricordo che restava acceso solo presso alcuni anziani che lo veneravano, così il vescovo di Lucera, interessatosi a questa esemplare figura, il 22 dicembre 1999 dispone l'Ispectio Sepulcri, avvenuta il 14 gennaio 2000. Il 19 gennaio 2000, vengono esaminati i resti mortali di Don Alesandro da un'apposita commissione e il 4 febbraio 2000, Don Alesandro ritorna nell'originale avello oggi ben identificabile grazie ad opportune iscrizioni.
Alesandro (chiamato dai più Don Sante) nacque il 29 ottobre 1801 da Nicola di Troja e Petronilla D'Inciccio, nella casa di famiglia sita in via Carpentieri. In famiglia regnava sempre una atmosfera di profonda religiosità e fin da piccolo Alesandro rimase incuriosito e affascinato dalla figura di Padre Maestro e mostrò una profonda venerazione per la Madonna, che salutava con il dolcissimo nome di "Mamma".

 

 

Il 4 giugno 1914 morì il padre e il piccolo Alesandro dovette lasciare gli studi per aiutare i fratelli nei campi. Ma la vita dei campi era troppo faticosa per il suo gracile corpo e così nel mese di luglio, fu colpito da una forte insolazione e stette male per una settimana. Mentre era febbricitante, gli apparve la Madonna che, con voce premurosa, gli disse "Tu non devi andare più a lavorare nei campi. Sarai sacerdote se ascolterai la voce di mio Figlio. Non senti che ti chiama?".
La sua vita cambiò radicalmente: riprese gli studi, scoprì una particolare inclinazione per il ritiro e il silenzio, passava molto tempo a pregare sulla tomba di Padre Maestro, iniziò a digiunare e indossava sotto gli indumenti un cilizio. Così prese la decisione di farsi francescano e ottenne il parere favorevole del padre guardiano dei frati minori osservanti di Lucera.


Ma la madre, che aveva già perso il marito e non voleva perdere anche un figlio lo supplicò, se proprio era convinto, a farsi almeno prete, così sarebbè rimasto in casa. Alesandro tacque. Con una lieve carezza asciugò l'ultima lacrima alla mamma e promise che avrebbe obbedito.
Così nel 1818, a 17 anni, indossò l'abito talare e il 17 dicembre 1825, si consacrò per sempre a Dio nel sacerdozio. Il ventiquattrenne presbitero, lesse tra le varie biografie, quella di S.Filippo Neri e lo scelse come modello da imitare. Dal vescovo mons. Portanova fu nominato Rettore di S.Antonio Abate e don Alesandro fu felice di potersi dedicare al suo ministero in quella zona periferica della città, piena di tanti bisognosi d'aiuto. A sue spese ristrutturò la chiesa e dopo pochi mesi ebbe dal vescovo, la facoltà di ascoltare le confessioni, sia degli uomini che delle donne. Durante il suo sacerdozio, ebbe in grande considerazione i poveri che aiutava in ogni modo, anche mettendo a disposizione i suoi mezzi, per alleviare le loro sofferrenze.


Per mettere a frutto i suoi "talenti" e le sue virtù, mons. Portanova, affido alle sue cure i detenuti nelle carceri della città e in seguito inserì don Sante nella parrocchia di S.Matteo al Carmine, con le mansioni di Economo Curato.
Ma qui visse il periodo più triste della sua vita quando decise di fondare in parrocchia un ritiro per donzelle. Fu accusato e calunniato, gli furono attribuite azioni scandalose e atteggiamenti da forsennato. Don Alesandro soffrì molto e rispose a queste accuse il silenzio. Ma il vescovo, che lo aveva in grande considerazione, gli assegnò il ruolo di Maestro nel Seminario Diocesano.
Ma un'altra sofferenza lo attendeva: il 15 febbraio 1831 morì sua madre. Rimasto profondamente addolorato, si ritirò a Foggia dove soggiornò presso la sorella. Qui strinse un rapporto di fraterna amicizia con il reverendo don Antonio Silvestri che gli affidò l'incarico di Cappellano interno della chiesa di S.Matteo del Buon Consiglio e la cura degli infermi ricoverati nell'ospedale del luogo. A questa ultima opera, don Sante di dedicò con entusiasmo, finchè non contrasse una grave infermità e fu costretto a tornare a Lucera.

 

L'amore verso Dio, spinse don Sante ad amare il prossimo. Egli esercitava la carità fraterna mediante la preghiera. Considerava gli uomini come figli di Dio, membri del Corpo mistico di Gesù. Mai dalla sua bocca uscirono mormorazioni, giudizi temerari, maldicenze, parole aspre e sprezzanti, non nutriva rivalità e perdonava sempre.
Ad imitazione del Padre Maestro Fasani, aveva preparato un elenco delle famiglie più povere di Lucera, alle quali faceva pervenire aiuti di ogni genere. Portava Cristo al letto degli infermi come la più efficace delle medicine. Il Signore, per questa sua fede che conservava intatta tra tante sofferenze, amarezze, tentazioni e prove, dadando ascolto alle sue preghiere, attraverso di lui, compì numerose guarigioni.


Il Signore volle arricchire il suo Servo di ulteriori carismi. Oltre ai doni delle visioni, del profumo e delle guarigioni, diede a don Alesandro anche la capacità di penetrare i segreti dei cuori e di fare profezie. Egli riusciva a leggere nelle coscienze e a predirre ciò che sarebbe accaduto. Per tutti questi fatti straordinari, la fama di santità di don Alesandro divenne un fenomeno popolare e varcò i confini di Lucera. Nella casa del giovane sacerdote accorsero in tanti per avere consigli, conforto e preghiere. Molti affermarono che poche parole dell'Uomo di Dio erano più efficaci di una predica.
In pochi anni di sacerdozio don Sante aveva svolto un incredibile ministero, ma fiaccato da fatiche non comuni, debilitato dalle penitenze che aveva inflitto al suo corpo, don Sante si ammalò. Febbri altissime, accompagnate da spurghi di sangue, non riuscirono a tenerlo a letto: il suo pensiero andava sempre ai bisognosi. Per divina rivelazione seppe che la sua esistenza stava per volgere al termine e gli fu preannunciato il giorno della sua dipartita. Ma ciò non turbò don Sante che continuò nelle sue opere. Il 20 gennaio dell'anno successivo, celebrò i divini misteri nella chiesa di S.Caterina. Al termine della messa salutò le monache e il sagrestano e disse loro che non le avrebbe più incomodate. Parole che turbarono molto le religiose.


Il 24 gennaio, visto l'aggravarsi delle sue condizioni, gli fu imposto di mettersi a letto. Ogni 2 giorni si comunicava e il 31 del mese, chiese l'estrema unzione. Dopo aver ricevuto la santa comunione, rimase in preghiera, calmo, raccolto, con gli occhi chiusi: alle ore 24 di quel giorno don Alesandro de Troja muore.
La notizia si diffuse in un baleno e provocò lacrime e commozione. Un fiume di gente si riversò in via Carpentieri e si accalcò in casa dell'estinto. I più vicini al corpo, per avere una sua reliquia, presero a tagliuzzare le vesti, a recidere i capelli e a prendere la cera delle candele che gli ardevano intorno. Mons. Portanova decise che il corpo venisse inumato nella cattedrale. Il feretro, seguito da una moltitudine di fedeli in lacrime, venne trasportato, tra due ali si folla, in cattedrale.


Nella chiesa, completamente gremita, fu difficile portare a termine il rito funebre perchè la gente tentò di riversarsi sulla bara, così per evitare il peggio, la stessa fu trasferita nella cappella di S.Maria di Costantinopoli (una delle quattro cappelle che si trovavano ai lati del duomo e che furono eliminate nel 1890). Alle 3 di notte, furono iniziati i lavori di scavo presso l'altare di S.Filomena (anch'esso fu eliminato nel 1890 e si trovava sulla sinistra dell'altare di S.Maria), e dopo che il corpo fu cosparso di fiori, fu chiusa la bara e deposta nell'avello.

Il ricordo di don Sante rimase vivo presso la gente e molti si rivolgevano a lui per avere delle grazie. Il dott. fisico Francesco Saverio Lepore, raccolse notizie di 8 apparizioni e ben 102 eventi prodigiosi.

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