22Dicembre

Una cospicua opera di restauro nel Duomo Angioino di Lucera – articolo del Giornale d’Italia, 20 agosto 1939

Il restauro de­gli affreschi delle due cappelle del Duomo - Gallucci e Gagliar­di - restauro del quale già scri­vemmo nel numero del 12 luglio, è stato felicemente condotto a termine, in questi giorni, dai valorosi artefici Esterino Bequadro ed Enrico Vivio della R. Soprintendenza di Aquila, quest'ultimo già favorevolmente noto alla cit­tadinanza lucerina per l'altro re­stauro del gruppo ligneo della Madonna col Bambino, opera della prima metà. del Trecento tra le più significative del nostro maggior tempio.

Al quale nuovo decoro e nuova bellezza è venuto dai recenti lavori. Di che Lucera è grata e ai restauratori, sapientemente diretti dal prof. Mario d'Orsi della R . Soprintendenza di Bari, e ai pro­motori della importantissima e davvero meritoria opera, cioè al Podestà, a mons. Di Girolamo, alla R Soprintendenza e a quelli, tra gli studiosi locali, che tenacemente insistettero, negli anni passati, perchè i notevoli affreschi delle due cappelle riapparis­sero, finalmente, alla pia contem­plazione dei fedeli e degli appas­sionati dell'arte.

Sarebbe ora augurabile che i lavori di ripulitura si estendesse­ro agli affreschi dell'abside, pur­troppo offuscati dal sudiciume e dal fumo, e all'Assunta del Garofalo. Ma di quanto resta a fare per rimettere in piena evidenza tutta l'importanza artistica del Duomo Angioino, menomata, dopo gli imponenti restauri fatti eseguire dal Bonghi (1878-1892), da brutture e da anacronismi solo spiegabili con quella “mancanza di conoscenza e di amore; la quale fa sì che gli uomini di oggi vadano con occhi ciechi dinanzi alle opere immortali ed inconsapevolmente le disprezzino o le offendano o le distruggano”; di quanto, dicevamo, resta a fare per restituire all'insigne chiesa l'austera, solenne grandiosità, l'anima antica, facendo argine al cammino delle contaminazioni, noi diremo in altra occasione, fiduciosi di essere ascoltati e seguiti dalla R. Soprintendenza e dall'Autorità ecclesiastica nelle nostre richieste, ispirate soltanto da amore per il luogo più sacro alle memorie e alle tradizioni re­ligiose della Città di Santa Ma­ria, non già da spirito d'ipercritica, dal quale aborriamo.

Per ora ci limitiamo a dir qualcosa degli affreschi restaurati in considerazione del vivo diffuso interesse e consenso che essi han suscitato e continuano a suscitare, e sicuri di far cosa gradita ai nostri lettori.

Gli affreschi cinquecenteschi

Gli affreschi delle cappelle GaIlucci e Gagliardi - ben venti­quattro - vennero eseguiti verso la fine del Cinquecento. Quelli della cappella Gallucci - raffiguranti i martiri degli Apostoli e dei SS. Stefano e Lorenzo, protomartiri della fede cristiana ­si possono attribuire, con quasi certezza, alla mano di Belisario Corenzio d. Greco (1558-1643) fecondissimo pittore pugliese di o­rigine greca, che tenne a Napoli, dopo il 1590, il campo della decorazione pittorica, affrescando con disinvolta rapidità intere pareti di chiese.

Lo stile del Corenzio è ricono­scibile dalla policromia vivace, dalla maniera facile e sicura, da una certa fermezza di contorno, un po' tagliente, dall'atteggiamento concitato delle figure e da alcuni tipici manierismi nelle estremità e nelle linee somatiche. Qualità tutte che si riscontrano nei pregevoli dipinti murali del­la cappella Gallucci.

Coevi, ma di altra mano, si di­mostrano gli affreschi della cap­pella Gagliardi, che rappresenta­no i misteri di Maria. L'anonimo pittore, facilmente meridionale, ma ispirato a schemi toscani di sapore un po' arcaico, differisce dal citato Corenzio - secondo la autorevolissima opinione del prof. Mario d'Orsi - per un to­no più pacato e per una policro­mia più tenue. Le azioni ed il panneggiato sono meno mossi e i tipi umani meno individualizza­ti che non nelle pitture preceden­ti. In compenso vi spira un deli­cato senso di lirismo e di racco­glimento familiare (v. la toccante Adorazione dei Magi e la soa­vissima Annunciazione, ad es.).

L'accurato lavoro di restauro

Gli affreschi delle due cappelle avevano molto sofferto per ef­fetto della umidità infiltratasi dalle volte e che aveva quasi del tutto distrutto alcuni tra i pan­nelli superiori e coperto di muffe e di eretti la restante parte. Uno spesso strato di 'vernice ossidata e annerita dal fumo ne ottenebrava la brillante policromia offuscandone quasi 'del tutto le figure.

La paziente opera di restauro ha avuto per scopo di detergere la superficie dipinta dalle suddette incrostazioni mettendone in luce l'originale policromia. Negli affreschi semidistrutti - pochis­simi per fortuna - si sono circoscritte le tracce superstiti con larghe zone di tinte neutre. In quelli meglio conservati, pur senza nulla aggiungere, si sono colmate le lacune diffuse che non interessavano le parti vitali delle figure. adoperando invece tinte neutre per quei particolari il cui rifacimento sarebbe stato giudicato arbitrario.

Durante il restauro vennero fuori, sugli stucchi incornicianti i pannelli affrescati, tracce delle dorature fatte eseguire, tra il 1620 e il 1627, dal Vescovo Fa­brizio Suardo, che a proprie spese volle decorare, abbellire e nobilitare le cappelle GaIlucci e Gagliardi e la Tribuna, « No­bilibus ornamentis Ecclesiarn nostrum exornavit» scrisse di lui il settecentista de Lecce, Ri­cordiamo che lo storico d'Amelj, discorrendo degli abbelimenti fatti eseguire dal Suardo, deplorò, fin dal 1861, nella « Storia della città di Lucera» come, posteriormente a quel benemerito presule, «tutto fosse stato da mano barbara alterato, perché specialmente sui detti fregi lumeggiati in oro si era passato il bianco di calce! ».

Ora, in adempimento del voto del maggiore nostro storico, si è pensato, durante gli ultimi lavori, di scrostare lo spesso strato d'intonaco sopra le cornici degli affreschi, per rimettere in evidenza le suddette decorazioni.

Per il decoro della Cappella Gagliardi  

L'eccellente opera di restauro compiuta, per la gioia dei nostri occhi, dal Bequadro e dal Vivio, ha, ripetiamo, soddisfatto tutti. Ma per quanto attiene alla cappella Gagliardi ci sia permesso di esprimere rispettosamente un voto, che cioè venga definitivamente rimossa dall'altare di essa cappella, e traslocata altrove, quella novecentesca tela del Cuore di Gesù, la quale, a prescindere dal suo valore artistico del quale non vogliamo toccare, rappresenta, oggi più che mai, in confronto dei delicati affreschi delle pareti, una vera stonatura. Al Posto del Cuore di Gesù - costretto in un largo corniciamento, opera grossolana di un riquadratore locale - vedremmo volentieri qualcuna delle tele del Cinque e Seicento onde s'adornano le pareti del Duomo, se non proprio il raro dipinto del Santacroce, la Madonna della seggiola, un tempo collocato (c'informa il d’Amelj) precisamente sull’altare Gagliardi.

E ciò per la reverenza dovuta alla piccola ma decorosa cappella. Dalla quale, intanto, per savio consiglio di S. E. De Girolamo, è stato in questi giorni eliminata un'altra e non meno grave stonatura: il busto non antico ne artisticamente notevole dell'Addolorata, già custodito in quella gotica nicchia della parete destra, il cui interno, tra parentesi, doveva in origine es­sere affrescato_ come quello dell'altra ogiva coeva del coro della chiesa di S. Francesco, a giu­dicar da alcune tracce di pittura antica testè scoperte.

L'opportuno gesto di S E Mons. De Girolamo (che va lo dato anche per aver liberato la Cattedrale dalle troppe indecorose nicchie lignee che la ingombravano; per aver ridonato l’antico splendore al venerando simulacro dell'Assunta, toglien­dogli di dosso il lussuoso ma superfluo paludamento; per a­vere, infine, collocato sull'altar maggiore, come a dargli più dignità e solennità, il celebre Cri­sto ligneo del '400), ci dà a ben sperare per la realizzazione del voto da noi espresso a nome della parte colta della cittadinanza, pensosa delle sorti del più insigne mo­numento religioso che vanti la «Città di S. Maria».

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