22Dicembre

Origine, vita e distruzione della colonia saracena di Lucera

di Tonino Del Duca

di Tonino Del Duca
Insurrezioni dei Saraceni in Sicilia e loro trasferimento a Lucera
Gli Arabi della Sicilia vengono sottomessi dai Normanni tra il 1060 e il 1091. Allʹinizio del governo di Federico II, approfittando della piccola età del Re, i Saraceni si alleano con Marquando di Anweiler, nonostante le promesse, le esortazioni e le minacce del papa Innocenzo III, tutore del Re. Lʹesercito regio‐ papale sconfigge i rivoltosi tra Palermo e Monreale, ma non frena lʹinsurrezione che divampa in tutta la Sicilia. Sotto la guida di Ben‐Abed i Saraceni si arroccano sui monti in rifugi inespugnabili. Ma non appena è in grado di assumere la direzione dellʹimpero, Federico II conduce una vigorosa campagna contro i ribelli.

Nellʹestate del 1222 espugna il castello di Giato, che rappresenta la principale fortezza saracena, e prende prigioniero lo stesso Ben‐Abed e due suoi figli, i quali vengono impiccati a Palermo. Lʹesemplare punizione, inflitta al capo degli insorti, determina la resa di molti altri saraceni, ma non la fine della guerra. Infatti, per costringere alla resa i Saraceni asserragliati sui monti, il giovane imperatore è costretto a impiegare una vasta forza in maniera da impedire ogni rifornimento. Dal 1223 al 1225 i ribelli si arrendono tutti, un gruppo per volta, man mano che la fame fa apparire loro impossibile ogni ulteriore resistenza.
Una volta domati i Saraceni, si presenta il problema della loro sistemazione. Federico II non vuole lasciarli in Sicilia perché la conoscenza dei luoghi e la vicinanza dei compatrioti dellʹAfrica Settentrionale potrebbe invogliarli di nuovo alla ribellione. Essi, allora, vengono inviati a Lucera, Girofalco in Calabria e Acerenza in Lucania. Queste località vengono prescelte perché si trovano lontano dal mare e, quindi, non possono facilitare il ritorno degli esuli in Sicilia. Alcuni gruppi si stabiliscono anche nelle zone limitrofe: a Stornara, Casal Monte Saraceno e Castel Saraceno. I Maomettani si adattano malvolentieri alla nuova vita e già nel 1224 a Lucera i primi gruppi si ribellano, ma vengono prontamente sottomessi. Unʹaltra ribellione nel 1226 costringe lʹesercito imperiale a porre lʹassedio intorno alla città. Anche questa volta il successo arride alle forze imperiali grazie ad uno stratagemma: il cavalier Pietro Fortugno si rade completamente la testa e, travestito da musulmano, riesce ad entrare in città. Durante la notte apre le porte e consente, così, ai soldati imperiali di avere ragione degli insorti. Il Fortugno, tuttavia,
viene ucciso; al suo posto viene ricompensato il figlio Lancelotto, il quale riceve in dono i castelli di Conza e di Apia.
Ma la nostalgia della Sicilia continua a farsi sentire nei Saraceni, i quali spesso per motivi di affari si spingono fino allo Stretto di Messina. Di lì cercano di passare sullʹaltra sponda; se non vi riescono subito, stabiliscono colà la loro dimora per ripetere il tentativo in occasione più propizia. In un primo momento Federico II si limita a raccomandare alle autorità del posto la massima sorveglianza; poi il 25 dicembre 1239 emana un decreto, in base al quale tutti i Saraceni del continente devono essere concentrati a Lucera.
Spariscono, così, le due colonie di Girofalco e Acerenza. Nello stesso anno, in novembre, i Saraceni di Sicilia insorgono nuovamente a causa delle misere condizioni di vita in cui versano. Ma anche questa volta vengono sottomessi e inviati a Lucera. Con questʹultima immigrazione la colonia di Lucera raggiunge il massimo sviluppo numerico. Circa il numero preciso le fonti storiche sono discordi. Matteo Parisiense nel ʺChronica Maioraʺ scrive che nel 1254 dimorano in Lucera circa sessantamila guerrieri arabi; lʹAmari, invece, (ʺStoria dei Musulmani di Siciliaʺ, Catania, 1933) suppone la presenza di cinquantamila coloni; altri parlano di soli centotrenta o, addirittura, di centotrentamila Saraceni. Comunque, considerando il fatto che da Lucera mai partono più di dodicimila soldati e che almeno ottomila ne occorrono per la difesa della città, in base a un calcolo approssimativo della popolazione civile, effettivamente non si dovrebbe essere lontano dal vero, affermando che la popolazione di Lucera in questo periodo si aggira intorno ai sessantamila abitanti.
Questa presenza così numerosa in una città, che prima era cristiana, attira su Federico II il malcontento dei guelfi e dello stesso papa Innocenzo IV, il quale rende pubblico il suo lamento nel concilio di Lione. Anche il papa Gregorio IX rimprovera spesso allʹimperatore il favore concesso agli Arabi, a danno dei cristiani, i quali sono costretti ad adeguarsi alla presenza musulmana. Federico II protesta di non averne colpa e di essere pronto a restaurare lʹantica cattedrale di Lucera. I rapporti tra cristiani e musulmani, comunque, non presentano punti di rottura né, dʹaltra parte, Federico II subordina gli uni agli altri. La sede vescovile, inoltre, ha sempre il suo rappresentante, tranne nel periodo che va dal 1246 al 1255.
Vita della colonia di Lucera
I saraceni di Lucera non sono esclusivamente guerrieri, ma svolgono molteplici attività, nonostante le scarse notizie tramandateci dai cronisti, i quali si sono preoccupati soprattutto di mettere in evidenza le loro doti belliche.
Nel 1228, durante lʹassenza di Federico II, partito per la crociata in Terra Santa, i Saraceni, agli ordini di Bertoldo, conquistano il castello ribelle di Prusa presso Norcia e lo devastano. Quindi partecipano in numero di diecimila alla battaglia di Cortenuova contro la lega lombarda nel novembre del 1237; esaurite le armi quasi tutti cadono trucidati. Ma la vittoria è dellʹimperatore, grazie al successivo intervento dei cavalieri tedeschi. Dei Saraceni Federico II si serve anche per lʹassedio di Roma e la devastazione del patrimonio di San Pietro nellʹagosto del 1242 e per lʹassedio di Parma. I Mori, quindi, costituiscono il nucleo permanente dellʹesercito imperiale e si dimostrano fedelissimi verso il Sovrano, che ha concesso loro vita, lavoro e libertà religiosa dopo la rivolta del 1226. Il loro armamento è assai semplice e consiste in un arco con la faretra di frecce con la punta spesso avvelenata; combattono chi a piedi e chi a cavallo e inoltre sono esperti in speciali mezzi di offesa, a secondo delle necessità.
Nonostante le loro imprese guerresche, i Saraceni di Lucera sono soprattutto agricoltori, così come lo sono stati in Sicilia sotto i Normanni. Anzi, uno dei principali motivi per cui Federico II concentra i Mori a Lucera è il desiderio di ripopolare di lavoratori quella zona devastata da Longobardi, Bizantini, Franchi e Normanni. Le terre del regio demanio vengono assegnate ai coloni arabi, i quali sono obbligati a versare allʹimperatore un tributo detto «canone», che corrisponde al «terragium» medievale. Tale tributo consiste in una quantità di derrate uguale alla metà del seme sparso; in più i Lucerini devono versare la quota pecuniaria di un tarì per ogni salma di seme (corrispondente a circa 340 chilogrammi). In sintesi il ʺcanoneʺ è lo speciale tributo che Federico II impone ai Musulmani. Esso si compone di due parti ben distinte. La prima consiste nellʹobbligo di consegnare alla corte per le terre demaniali oppure ai proprietari per i terreni non demaniali una quantità di derrate uguale alla metà del seme sparso. Questa prima imposta si identifica con il ʺterraggioʺ, gravante anche sui coltivatori non saraceni. La seconda parte aggiunge al terraggio la soprattassa di un tarì per ogni salma da versare alla corte e grava esclusivamente sui Saraceni sia per le terre demaniali che per quelle non demaniali.
Gli Arabi, inoltre, pagano la «gezia», una tassa speciale, che consente la piena libertà religiosa. A questo proposito Gamàl ad Din così riferisce al Sultano dʹEgitto nel 1261 dopo una visita ufficiale presso la corte del re Manfredi: ʺPresso il paese nel quale io soggiornavo, è una città chiamata Lugarah, gli abitanti della quale sono tutti Musulmani di Sicilia, e quivi si fa la pubblica preghiera del venerdì e si compiono pubblicamente i riti dellʹislamismo; ...e io vidi che i principali della corte di Manfredi erano Musulmani, e che nel suo campo si faceva pubblicamente lʹhidan e la preghiera giornalieraʺ.
Federico II, inoltre, concede in mezzadrìa ai saraceni animali da lavoro e altro bestiame. Numerose stazioni di allevamento vengono stabilite in tutto il territorio di Lucera e della provincia. Nel 1240 vengono inviate da Messina, per ordine del Sovrano, seimila pecore con i relativi montoni e cinquecento vacche con tori. In cambio i Saraceni ogni anni consegnano alla corte un certo numero di capi di bestiame. In Lucera vengono allevati anche animali esotici: leopardi, provenienti dallʹallevamento dellʹisola di Malta, cammelli, dromedari, pantere, leoni, falchi bianchi, iene ed orsi. Tale elenco di animali esotici, che
dimorano a Lucera, è possibile dedurlo, oltre che dalle disposizioni imperiali, anche dalle indicazioni fornite dallo studioso Inveges negli ʺAnnali di Palermoʺ.
Nella colonia saracena di Lucera fioriscono anche le arti di operai specializzati: sellai, tappezzieri, intarsiatori, carpentieri, armaioli, fabbricanti di armi e ancora altri.
Eʹ praticato anche il commercio, tanto che nel 1230 i mercanti lucerini vengono esonerati da qualsiasi forma di tributo su tutte le merci, che vendono o comprano in Puglia, in Calabria e nelle altre zone. In tutto il regno, poi, si svolgono ogni anno sette grandi fiere, situate in parti diverse. Lʹelenco delle città, sedi di fiere, stabilito da Federico II nel 1234, è il seguente:
Sulmona dal 23 aprile al 3 maggio;
Capua dal 22 maggio allʹ8 giugno;
Lucera dal 24 giugno allʹ1 luglio;
Bari dal 22 luglio al 10 agosto;
Taranto dal 24 agosto allʹ8 settembre;
Cosenza dal 21 settembre al 9 ottobre;
Reggio Calabria dal 18 ottobre allʹ1 novembre.
Come si nota, Lucera è una delle sette località fieristiche. Essa è importante soprattutto per la vendita dei prodotti agricoli, come si deduce dalla data di svolgimento, cioè subito dopo la mietitura e la trebbiatura, dal 24 giugno al 1º luglio.
Per quanto riguarda lʹordinamento sociale della colonia, sulla massa saracena emergono lʹarcadio e gli alcadi che corrispondono ai nobili della città. Questi ultimi sono gli antichi condottieri arabi, che vengono considerati tali anche dopo il trasferimento a Lucera. Lʹarcadio, invece, è il capo della comunità saracena, amministra la giustizia ed esercita il potere esecutivo. Anchʹegli è servo dellʹimperatore e tramite suo giungono gli ordini imperiali alla comunità.
Dei saraceni Federico II si serve per le opere di fortificazioni e per la costruzione di nuovi edifici. Poderose mura vengono costruite intorno alla città e viene innalzato il Castello svevo. Per costruirlo si impiega il materiale tratto dai resti dellʹantica Lucera, dalla chiesa di San Pietro in Bagno, distrutta nel 1232, e vengono utilizzati altri resti provenienti dalle mura di Troia, abbattute nel 1223, e dalle costruzioni dei Cavalieri Ospedalieri e Templari di Barletta.
Per i lavori domestici a corte Federico II si serve di donne saracene. Queste da alcuni sono state considerate concubine dellʹimperatore. Huillard‐ Bréholles, anzi, le divide in due classi: odalische, chiamate ʺgarciaeʺ, e concubine in sottordine, chiamate ʺancillaeʺ. Da parte sua il DʹAmely (Storia della città di Lucera, Scepi, Lucera, 1861) scrive che odalische e ʺancillaeʺ erano tenute in due harem separati, che sorgevano sul luogo, dove, poi, Roberto dʹAngiò fece costruire la chiesa di Sant’Antonio Abate.
LʹHaseloff, invece, nella sua opera ʺCostruzioni degli Hohenstaufenʺ, III parte, sostiene che le donne al servizio dellʹimperatore sono delle semplici lavoratrici di camera, cioè
donne addette ai normali lavori femminili di pulizia e ordine delle stanze. Inoltre il fatto che esse siano sorvegliate da eunuchi non è motivo sufficiente per dimostrare che si tratta di concubine. Infatti la sorveglianza per mezzo di eunuchi serve a garanzia dei buoni costumi, tantʹè vero che Federico II designa alcuni eunuchi perfino a custodia della moglie.
Vicende sotto gli Angioini
I Saraceni prendono parte attiva alla difesa del regno svevo. Ma dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento sono costretti a implorare clemenza. Smantellano le mura, aboliscono le difese della città, accettano di pagare un tributo annuo e promettono di accogliere i predicatori del Vangelo cristiano. Si ribellano nel 1268, in occasione della discesa di Corradino di Svevia. Ma, dopo l’uccisione del re a Tagliacozzo, vengono assediati e nel 1269 devono arrendersi. I cristiani ribelli vengono torturati ed uccisi, i capi dei Saraceni vengono giustiziati. Dieci giorni dopo la resa, il re Carlo I viene a più miti consigli: permette ai vinti di continuare ad abitare in città, perdona loro le colpe e le offese arrecate a chiunque e promette lʹimpunità per i reati commessi in precedenza. Su di loro, però, grava un pesantissimo tributo di guerra di quattromila once allʹanno.
Per sentirsi sicuro Carlo I irrobustisce le difese del Castello Svevo e fa costruire un fortilizio in maniera da potere disporre in qualsiasi momento di un numero di armati sufficienti per il controllo della città. Quindi cerca di dare vita in Lucera a una colonia provenzale, assicurando ai coloni esenzione completa dalle tasse e concedendo gratuitamente terra, casa, soldi e animali. Dalle 240 famiglie, richieste dal re, soltanto 100 raccolgono inizialmente lʹappello; poi i coloni, insoddisfatti del clima e dellʹambiente preferiscono emigrare altrove. Terminata la costruzione del fortilizio, il compito di custodire il castello viene affidato al castellano, nominato dal re. Eʹ coadiuvato da un vice‐ castellano ed ha alle sue dipendenze un certo numero di uomini, che varia da 25 a 100. Dopo la resa del 1269 scompare lʹufficio dellʹarcadio; la sua autorità viene affidata direttamente al Giustiziere di Capitanata, coadiuvato dal capitano di città.
In teoria lʹuniversità servile dei Saraceni è costituita con i medesimi privilegi e le stesse forme di una università di liberi cristiani e, come tutte, ha alla sua guida i giudici elettivi annuali. Di fatto, però, i giudici non contano nulla; quando il re deve comunicare qualcosa, non si rivolge ad essi, ma a tutti collettivamente, oppure allʹufficiale regio (Giustiziere o Capitano) oppure, più frequentemente, a taluni signori, i quali, senza determinato ufficio o riconoscimento, sono i veri padroni della città.
Signorotti saraceni: Giovanni Moro
Alcuni Saraceni vengono elevati da Carlo I alla dignità di cavalieri, in virtù dei loro meriti al servizio del re nelle varie spedizioni in Tunisia, Albania e in Sicilia. Forti del favore regio e in possesso di cospicue ricchezze, esercitano grande influenza sui concittadini; ne approfittano per fare i loro interessi sotto la protezione della curia reale e diventano quasi tutti esattori delle imposte. Nei documenti si parla spesso di un saraceno, Riccardo, al quale il re immancabilmente si rivolge, per concertare i suoi rapporti con la comunità oppure per avviare nuove costruzioni. Il suo potere termina con Carlo II, quando il capitano di Lucera, Enrico di Guerard, scopre i soprusi e le malefatte del saraceno e lo fa rinchiudere in prigione, dove muore nellʹagosto nel 1289. Dopo Riccardo approfittano del favore regio altri tre arabi: Haggag, figlio di Riccardo, Abd el Aziz e Salem. Costoro usurpano le terre dei poveri, impediscono i pascoli e qualcuno diventa anche delatore dei concittadini, quando scoppia la persecuzione dei Saraceni.
Il predecessore di questi signorotti locali è Giovanni Moro, alla cui vicenda i cronisti hanno dedicato intere pagine. Di aspetto deforme e figlio di schiava, Giovanni Moro cresce come servo nel palazzo imperiale e si guadagna la simpatia di Federico II, dimostrandosi dinamico ed ossequioso. Con Corrado IV lʹautorità del saraceno cresce a tal punto che egli comanda alla pari del re. Dopo la morte di Corrado IV, si monta la testa e cerca di impadronirsi del potere: concede ospitalità a Manfredi col proposito di tendergli un tranello. Contemporaneamente, però, affida il governo della città a Marchisio con lʹordine di non fare entrare né Manfredi né altri e si reca dal papa a Roma. Al principe
svevo fa sapere che va a perorare la causa degli Svevi; in realtà Giovanni Moro mette a disposizione di Innocenzo IV se stesso e la città, a danno di Manfredi.
Ma i fatti si svolgono diversamente. Manfredi viene accolto trionfalmente dal popolo e Marchisio, di fronte alla folla acclamante e minacciosa, è costretto a deporre le armi e a prostrarsi ai piedi dello Svevo. Frattanto Giovanni Moro è stato nominato dal Pontefice Primo Cameriere del regno; durante il viaggio di ritorno apprende che Manfredi è entrato in città. Chiede, allora, al principe un salvacondotto per giungere fino a lui per ossequiarlo. Fallito questo tentativo, Giovanni Moro si reca dai suoi connazionali ad Acerenza. Ma costoro, saputo del tradimento, uccidono il saraceno e inviano a Lucera la sua testa, che viene appesa allʹingresso di porta Foggia.
Distruzione dei Saraceni
Il re Carlo II d ʹAngiò decide di sterminare definitivamente i Saraceni per tre motivi, da lui stesso messi in risalto nelle lettere imperiali: il suo fervore cattolico, una eventuale ribellione, i danni arrecati dagli Arabi alla Capitanata. Il re insiste particolarmente sul motivo religioso; nellʹimpresa è stato ispirato dalla ʺdivina pietasʺ, che gli ha ricordato come il primo dovere di un re cristiano sia la guerra contro i nemici della Fede. Chi consideri i rapporti religiosi tra cristiani e maomettani a Lucera e lo stesso atteggiamento del re, non può che stupirsi di fronte a questo inatteso scoppio di fervore cristiano. La verità è che il movente religioso cʹentra in minima parte. Per circa quindici anni il re non si è preoccupato né della conversione dei Saraceni né della condizione dei cristiani. Fino al 1296, per quasi 30 anni, gli Angioini hanno lasciato vivere miseramente il vescovo, senza versare alla chiesa le decime dovute sui proventi curiali e difendendo a stento i possessi ecclesiastici non solo dai saraceni, ma dagli stessi ufficiali regi. Inoltre i rapporti tra cristiani e maomettani sono sempre buoni; non troviamo neppure un accenno di lotte o disordini momentanei, che traggano origine dalla differenza di fede. Tutti i cittadini e musulmani, partecipano di comune accordo alla parvenza di vita municipale, eleggendo le varie cariche.
Lʹodio di religione non esiste. I monasteri del contado danno le loro terre da coltivare indifferentemente a cristiani e saraceni. Ad esempio il famigerato Riccardo ha in affitto per cinque anni le terre della chiesa di Santa Maria di Plantiliano; Abd el Aziz ha la concessione enfiteutica a vita di alcune terre in località Falconara da parte dei monaci del convento di Santa Sofia in Benevento.
Per quanto riguarda, poi, le violenze saracene e le devastazioni, cʹè da osservare che i Musulmani si sollevano solo per reclamare uno sgravio degli enormi tributi cui sono sottoposti, oppure per difendere i loro diritti sulle terre del regio demanio o di altri. Non esistono tutte quelle gravi vessazioni e quei pericoli di vita, a danno dei cristiani, di cui si scrive nei documenti imperiali. Nella stragrande maggioranza dei casi, le ribellioni dei saraceni non sono altro che reazioni alle prepotenze altrui. Ad esempio nel 1291 i signori di Montecorvino, Fiorentino e Casalnuovo impongono nuovi oneri ai Lucerini che coltivano le loro terre e li opprimono fino a costringerli ad emigrare. Alla stessa maniera si comportano nel 1295 gli abitanti di Troia e delle università confinanti, le quali tormentano i Maomettani con nuovi gravami e con un trattamento talmente ingiurioso, che lo stesso re Carlo I invia Giovanni di Montfort a rendere giustizia agli arabi, dal momento che lo stesso Giustiziere di Capitanata non agisce. Non mancano, inoltre, violenze private a danno dei Saraceni. Due mercanti, passando per il territorio di Troia, vengono derubati della loro merce per un valore di trenta once; altri due vengono uccisi nello stesso territorio.
Ottone da Toucy, maestro giustiziere, occupa di sua iniziativa le case che Haggag possiede a Troia; infine a San Severo, durante una fiera, alcuni mercanti saraceni vengono assaliti e picchiati brutalmente. Alla luce di questi fatti è facile spiegare le reazioni dei
Saraceni: lʹassalto a Montecorvino nel 1286, lʹopposizione a Filippo di Fiandra, che prende possesso della masseria di Visciglieto, lʹincendio doloso delle selve e dei campi di Boscaneto e Palmola, oggi Palmori.
Più corrispondente alla verità è il secondo motivo addotto dal re Carlo II: il pericolo di una ribellione contro la sua autorità. Eʹ evidente, infatti, come tra il 1299 e il 1300 il malcontento sia aumentato. Esso si manifesta in forme violente a causa della pressione tributaria, divenuta ormai insostenibile, e a causa delle continue ingiustizie, cui i saraceni sono sottoposti da parte del re, dei suoi funzionari, dei signori locali e dei loro stessi correligionari, passati dalla parte del re. I tumulti costituiscono la causa occasionale della distruzione della colonia saracena di Lucera.
La soppressione dellʹuniversità saracena viene preparata minuziosamente: si raggiunge un accordo con le università limitrofe, si raccolgono mezzi e uomini necessari per circondare la città e non fare fuggire nessuno. Nello stesso tempo, per non destare sospetti, continuano i normali rapporti con la comunità lucerina. Lʹultima lettera reale, prima della dispersione della colonia, è del 4 agosto 1300.
Da allora manca ogni documento fino al 21 agosto, cioè sei giorni dopo lʹentrata delle truppe in città. I saraceni, tuttavia, non hanno sentore della grave minaccia. La presenza di schiere armate nei pressi della città viene messa in relazione con la guerra in Sicilia; inoltre, le parole affettuose del re, confortate dalla presenza di un nuovo capitano e di un inquisitore, che deve rendere giustizia ai saraceni, dissipano ogni diffidenza. Ciò è dimostrato dalla scarsa resistenza, che oppone la città, e dagli elogi del re al capitano per la cautela e la prudenza con cui ha preparato lʹimpresa. Lʹastuzia e lʹinganno devono valere più della forza; per questo a guidare la spedizione è stato scelto non un uomo dʹarmi, ma un notaio, Giovanni Pipino di Barletta. Costui, munito di ampi poteri, giunge ai primi di agosto in Capitanata per preparare il Piano.
Innanzitutto convoca segretamente i rappresentanti delle maggiori università della provincia. Queste si impegnano a versare, in cambio della distruzione dei Saraceni, un tributo annuo di duemila once, di cui 800 gravano in ugual misura su tutta la Capitanata e 1200 solo su quelle università confinanti con Lucera, le quali trarranno benefici dai terraggi dei nuovi coloni e dal possesso di nuove terre. Come contropartita le università sono esentate dagli altri tributi per un triennio. Il piano finanziario di Pipino risulta geniale. In annate normali il reddito complessivo dei tributi di Lucera ammonta a 1500 once. Con la nuova soluzione non solo non si perde unʹoncia, anzi il reddito aumenta. Nessun valore ha la tradizione che Pipino sarebbe entrato in città solo dopo varie scaramucce e una battaglia in campo aperto; non cʹè nessun accenno nei documenti ad avvenimenti del genere. Pipino, invece, entra nella città amichevolmente, con un mediocre numero di soldati, senza destare sospetti. Una volta entrato, con lʹaiuto del capitano e della guarnigione del castello si impadronisce dei punti strategici della città e inizia gli arresti delle persone più influenti. Soltanto allora inizia la resistenza armata, che si sviluppa nelle vie della città e dura circa dieci giorni. Se alla vigilia dellʹAssunzione ci
fosse una battaglia in campo aperto, Pipino avvertirebbe il re, il quale, invece, il 21 agosto mostra di non saperne niente. La ʺdestructioʺ dei Saraceni, iniziata nel giorno della Vergine Assunta, è ʺperactaʺ il giorno di San Bartolomeo.
Tale ʺdestructio peractaʺ viene intesa in maniera diversa dagli studiosi. Alcuni pensano a un massacro vero e proprio; secondo costoro vengono trucidati tutti quelli che non vogliono diventare cristiani. Altri, come Pandolfo Collenucci, raccontano che Carlo II emanò un editto, in base al quale affidava la vita di ogni saraceno, non cristiano, alla mercè‚ di chiunque. Dallʹesame diretto dei documenti si ricava, comunque, che dopo la ʺmolteplice strageʺ iniziale per occupare del tutto la città, non si verifica alcun eccidio. Vengono dapprima catturati i capi e i loro parenti in numero di circa 450: Riccardo e Sulimen, figli di Haggag, Salem Garruso, Bulgassem. Altri grandi, come Haggag, Abd el Aziz e Salem vengono arrestati fuori della città. Tutta la classe dirigente, dunque, viene condotta a Napoli e imprigionata nelle carceri dei castelli reali. Eliminati i capi, il popolo dei Saraceni viene disperso in numerose zone dʹItalia: in Basilicata, in Puglia, negli Abruzzi. Parte si accampa nel territorio di Lucera sotto la sorveglianza delle guardie reali. Non possono riunirsi in gruppi superiori a dieci persone e non possono allontanarsi dal posto loro assegnato, pena lʹamputazione di un piede.
I viaggi di trasferimento nelle nuove residenze si svolgono tra continue molestie e stragi a danno dei Saraceni, nonostante la protezione delle guardie e nonostante la pena di 500 once comminata agli aggressori.
Gruppi di cittadini e campagnoli assalgono con impeto le colonne, uccidono chiunque e fanno man bassa di quanto capita loro tra le mani. La colonna, guidata da Rostaino, viene assalita dagli abitanti di Serracapriola e Larino, i quali uccidono 8 uomini, 33 donne e 22 fanciulli. A loro volta gli abitanti di Candela, Ascoli Satriano e altri paesi assalgono la colonna di Bello del Bello, diretta a Venosa, e uccidono altri 150 saraceni. Senza ombra di dubbio, lʹesempio di Carlo II, che ha proclamato opera santa la distruzione degli infedeli, contribuisce a far sorgere negli animi quellʹodio e quel fanatismo religioso, che pareva assopito da anni. A tale atteggiamento ostile contribuisce anche il desiderio di un cospicuo bottino e il sospetto che lʹafflusso di altri lavoratori nelle terre demaniali possa nuocere ai vecchi abitanti.
Non tutti i capi saraceni si rassegnano alla prigionia; qualcuno, come Abd el Aziz, riesce a tornare in libertà, anche a costo di tradire. Infatti diventa delatore dei suoi concittadini, che nascondono in Lucera frumento e altre cose. Per allontanare, poi, ogni sospetto, il vecchio saraceno, a coronamento di una vita servile, abbraccia la religione cristiana e diventa Nicola da Lucera. Muore allʹinizio del 1301, prima ancora di potere raccogliere i frutti del suo tradimento. Per quanto riguarda la massa dei saraceni, essi vengono dapprima privati di tutti i loro beni, anche delle suppellettili, poi vengono dispersi in piccoli gruppi nelle diverse zone del regno. Successivamente vengono di nuovo catturati e venduti come schiavi. I principali centri di vendita sono Napoli e Barletta; seguono, poi, Bitonto, Andria, Ruvo, Melfi, Venosa, Salerno, Pescara e altre città.
I posti di vendita sono stabiliti di volta in volta in base alle esigenze di mercato, per cui se un posto è saturo di schiavi, si organizza la vendita, dove cʹè la domanda.
Complessivamente, secondo lʹEgidi, vengono venduti circa diecimila saraceni. Sono messi in vendita anche coloro che dopo la dispersione, ma prima di essere arrestati, sono diventati cristiani. La vendita continua fino a quando non si esaurisce la domanda; alla fine i Musulmani superstiti vengono liberati, perché‚ con il loro lavoro possano procurare altro denaro alle casse reali.
Vero motivo della distruzione
In conclusione si va manifestando sempre più chiaramente che ʺil primo movente dellʹinumana persecuzione non è né il fanatico fervor religioso, né la protezione dei tormentati cristiani di Puglia, né il timore di violente ribellioni, ma il desiderio, lʹangosciosa necessita del denaro, la quale spinge a cercarne in ogni modo, ad ogni costoʺ. Il proposito viene attuato con astuto calcolo. Sin dal primo momento Pipino, in nome del re, prende possesso non solo delle terre demaniali, ma di tutti i beni mobili e immobili, posseduti e acquistati dai Saraceni; inoltre vengono annullati tutti i contratti e le concessioni di qualsiasi genere.
Dopo la sottomissione dei Saraceni, si procede immediatamente alla confisca e alla vendita; in questo compito Pipino è aiutato da una commissione di esperti, formata da Rinaldo Cugnetti, tesoriere reale, Guglielmo de Poncy, Nicola da Somma e Tommaso Scillato, maestri razionali della curia. Lʹazione, comunque, non procede sempre liscia; la grande razzia del re stimola i furti privati e le azioni banditesche. Dai luoghi viciniori avidi predatori calano in Lucera semideserta e portano via tutto quello che possono, nonostante la vigilanza delle guardie e gli avvisi di punizioni esemplari.
A tali azioni private si devono aggiungere le astute frodi nella pesa e nel trasporto del frumento, per cui lo stesso re incomincia a dubitare dei suoi funzionari. Anche il bestiame è oggetto di rapina; per questo motivo viene interrotta ogni esportazione per oltre un mese e mezzo. Le bestie recuperate vengono vendute oppure cedute alle masserie reali o alla dispensa del re. Le case dei saraceni vengono cedute ai nuovi coloni inviati, secondo i patti, dalle università confinanti. Ma lʹarrivo ritarda sia perché i nuovi coloni non hanno capitale sufficiente per acquistare seme, concime e altro materiale per lavorare la terra sia perché essi preferiscono vivere tranquilli nei loro paesi anziché rischiare la vita in un nuovo posto a causa della malaria e dei predatori di frumento e di bestiame. Inoltre ai nuovi coloni non vengono cedute le terre migliori, che il re annette alle sue proprietà, e quelle che sono oggetto di contesa tra la curia e gli enti pubblici, i monasteri e le chiese.
Pertanto, le università, che hanno sperato di trarre profitto dalla dispersione dei Saraceni, restano deluse.
Lʹoperazione finanziaria, ideata da Pipino, è stata rovinosa per le università di Capitanata, ma eccellente per la tesoreria reale. La curia riscuote non solo il tributo di duemila once, che non viene più tolto, ma anche i terratici e la bagliva.
Ripopolamento di Lucera
Il ripopolamento di Lucera non inizia presto. In un primo momento ci sono i civili addetti ai lavori e quelli al seguito di Pipino. Verso la metà di ottobre del 1300 arrivano i primi abitatori: sono alcuni cavalieri e fanti, che hanno partecipato allʹimpresa. A costoro si aggiungono ecclesiastici, baroni e borghesi del regno, che sono venuti a seminare le terre incolte. Un altro nucleo arriva dalla Calabria; si tratta di esuli che si spingono altrove, per evitare gli irreparabili danni della guerra, la quale dalla Sicilia si è sparsa sul continente. Altri arrivano da zone diverse: abruzzesi, beneventani, siciliani, pugliesi, francesi. Su tutti, naturalmente, primeggia Pipino. Il re è tanto soddisfatto del notaio barlettano che perpetua nella famiglia parte dei poteri straordinari affidatigli, nominandolo connestabile a vita, con un reddito annuo di venti once; inoltre gli concede la facoltà di trasmettere a chiunque questa prerogativa. Si tratta di una giusta ricompensa per chi ha saputo ʺservireʺ fedelmente, anche a costo di sopraffazioni, tradimenti e soprusi.

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