09Agosto

Il mosaico della Medusa

Il mosaico della Medusa

Forse l'oraziano Quandoque bonus dormitat Homerus potrebbe rappresentare il conveniente commento per certa inesatta informazione che Guglielmo Bechi, esperto conoscitore di cose antiche ', forniva nel secolo scorso a proposito di un pavimento a mosaico.

Egli, difatti, nel secondo volume del Real Museo Borbonico apparso nel 1825 — fu collaboratore di questa imponente opera dal1824 al 1843 — riferendosi alla tavola XV, scriveva testualmente:

« Fra i molti mosaici che ci rimangono di Pompei, Stabia ed Ercolano, quello che in questa tavola pubblichiamo non è né il più raro per magistero, né' il più prezioso per la materia. Il fondo è di marmo, gli ornati sono di nero antico: e sono composti da vari marmi, imitanti assai bene la convenienza dei colori naturali, gli animali e la Gorgone in esso effigiati. Da Pompei ove fu trovato fu trasportato in questo Real Museo Borbonico ed ora è situato nel mezzo del pavimento della seconda stanza dei vasi etruschi ».

L'inesattezza in cui incorreva il dotto studioso riguardava la provenienza del mosaico, il quale di pompeiano possedeva tutto al più, e per così dire, il soggetto, ma null'altro. È certo che il pavimento non aveva mai adornato alcuna domus della città sepolta dall'eruzione vesuviana del 79 d.C., né di altro centro campano.

Proveniva, invece, da Lucera in provincia di Foggia, dove era stato rinvenuto nella seconda metà del XVIII secolo.

La documentazione ora reperita consente di correggere, sulla scorta di sicuri elementi, l'impreciso dato del Bechi e permette anche di compilare una sorta di scheda storica, dotata dei particolari essenziali, sul recupero di quel mosaico. Da questa documentazione, tutta racchiusa in un fascicolo dell’Archivio di Stato di Foggia, si viene informati e sulla scoperta e sulla successiva sorte del mosaico, subito destinato ad arricchire la consistenza del Real Museo di Napoli.

Palazzo PellegriniLa relativa vicenda ebbe occasionale inizio nel 1786, quando tale Domenico Andrea Pellegrino decise di far demolire alcune sue vecchie case, poste quasi nel mezzo di Lucera e da poco acquistate, per costruirvi un palazzo « alla moda corrente ». Nel corso dello scavo, necessario per l'impianto delle nuove fondamenta, alla profondità di circa 13 palmi, sbucò fuori un pavimento a mosaico, il quale, per quanto ancora "parzialmente sotto terra, venne subito valutato di un certo pregio.

In una descrizione coeva alla scoperta era fra l'altro così presentato, non senza qualche enfasi:

« Detto mosaico rappresenta un quadrato, in mezzo di cui vi è ritratto il capo di Medusa, che ha le ali sulla fronte, ed ha vari serpenti per i suoi crini, L'aspetto è truce e spaventevole, e gli occhi incutono spavento a chi lo mira. Intorno al capo di Medusa, vi sono ritratti diversi quadrupedi e volatili, che servono di finimento agli angoli del quadrato, se bene. non abbiano verum rapporto al ritratto di Medusa, che nel vi è dipinto » .

Saputo del rinvenimento, la locale Regia Udienza imponeva al Pellegrino l'immediata sospensione dei lavori, e, con nota del 30 aprile, dettagliata nella descrizione della scoperta e firmata dal caporuota e dagli uditori, ne informava il re per Segreteria di Stato, Casa e Siti Reali, ponendosi in attesa dei « sovrani oracoli ». Può forse supporsi che fosse il desiderio di trovare il modo per ottenere la ripresa degli interrotti lavori, più che di manifestare il proprio zelo per Ferdinando IV, ad indurre il Pellegrino, in quegli stessi giorni, a farsi sollecito autore di una lettera al sovrano.

Sicuro è, comunque, che con quella lettera, « sapendo il supplicante quanto siano grate alla M.V. le antichità per arricchire il suo Real Museo », gli donava il rinvenuto mosaico, « perché come padrone che n'è possa disponerne ».

Ed il 22 maggio, da Caserta, un real dispaccio a firma del marchese Caracciolo, consigliere e segretario di Stato di SM., incaricava Francesco Nicola de Dominicis, avvocato fiscale della Dogana delle pecore, di informarsi circa il dono offerto al monarca e di rapportare.

Questi, benché tutto compreso dell'insolita incombenza, era costretto a procrastinarne di poco l'adempimento, a causa degli impegni connessi alla sua carica, ma si preoccupava di rassicurare sollecitamente il Caracciolo: « Nel ricevere questo supremo comando, sarei corso sulla faccia del luogo, in unione de' migliori periti ed intendenti, che si possono avere in questa città; ma la folla dei correnti affari economici della Dogana e l'assenza di questo Uditore Polacchi, non mi hanno permesso di allontanarmi dalla residenza in questi giorni giuridici; ed ho stabilito di eseguirlo nelle prossime feste di Pentecoste ».

Qualche tempo dopo, difatti, si portava a Lucera sul luogo del fortunato rinvenimento, in compagnia di Antonio Silla, « uomo conosciuto per le opere date al pubblico in materia di. antichità » e di Giuseppe Rosati, « professore di matematica e di disegno » Colà si rendeva conto che sarebbe stato « dispendioso ed' incertissimo il tentativo di proseguire lo scavo per tutta l'estensione del l'antico edificio; anche perché dovrebbero smantellare le fabbriche già fatte », e che era inopportuno affidare l'estrazione della parte già emersa del pavimento ad operai di Lucera, certamente non pratici in tali cose.

Cosicché, decidendo di suggerire che all'operazione si dovesse attendere da gente più esperta di quella disponibile in loco, prima di ripartire per Foggia si limitava a far ricoprire con arena « il quadro già scoperto », e ad ordinare al Pellegrino la più gelosa custodia di esso, Poi, ragguagliando il Caracciolo sul suo operato, gli trasmetteva il 10 giugno anche una particolare relazione stesa dal Silla, nella quale si esprimeva l'avviso che il mosaico fosse « servito di pavimento di qualche antico tempio, che ne' tempi della barbarie restò sepolto sotto le sue rovine ».

Gli prometteva, inoltre, il prossimo invio di una mappa del pavimentò, non ancora pronta, ma attorno alla quale stava lavorando il Rosati; la stessa veniva spedita il 20 giugno.

Passarono alcuni mesi, ed infine al de Dominicis giungeva la notizia che il mosaico lucerino, per volere del sovrano, sarebbe stato trasportato nei reali musei.

Il che avvenne di li a poco, a cura di operai mandati apposta da Napoli, scelti probabilmente fra le esperte maestranze che operavano nelle località sepolte dal Vesuvio.

Posted in Storia

Lascia un commento

Stai commentando come ospite.

Info sul sito

Questo sito nasce con l'intento di mostrare e far conoscere i monumenti, la storia e i personaggi di Lucera.

CENTRO INFORMAZIONE TURISTICA

Punto informazione e distribuzione materiale turistico
Piazza Nocelli, 6 
Numero Verde 800/767606

Login

.

Vai all'inizio della pagina