28Luglio

11 Luglio 1919, rivolta per il caroviveri a Lucera: 10 morti e 80 feriti

I retroscena dell’eccidio di Lucera divennero una sorta di “affaire” di stato. La vicenda assunse rilievo nazionale. Nella querelle che ne seguì intervennero il presidente del consiglio Nitti ed il suo predecessore, il lucerino Salandra

LUCERA, LA STRAGE DIMENTICATA

«In testa vi era la fanfara socialista. Ad essa seguirono dieci corone, portanti le fotografie delle dieci vittime della nostra fede. Sventolarono i vessilli delle diverse leghe e tra essi il gonfalone della camera del lavoro di Foggia, faceva seguito un interminabile fila di lavoratori, mesti, commossi, piangenti».

Così un cronista di Spartaco, periodico ufficiale della Federazione socialista di Capitanata, descrisse nel 1920 l’imponente manifestazione che commemorò l’eccidio di Lucera. Un anno prima, l’11 luglio del 1919, la città aveva vissuto la giornata forse più drammatica della sua storia. Per protesta contro il caroviveri, erano scoppiati dei moti di piazza che in tre giorni causarono gravissimi scontri tra i dimostranti e le forze dell’ordine: il tragico bilancio fu di dieci morti e di un’ottantina di feriti,  un’autentica emergenza per la Croce Verde e per il piccolo ospedale della città, che si rivelò insufficiente al bisogno, sebbene molti manifestanti, feriti in modo leggero, per evitare l’arresto, si fossero curati da soli.

Ecco i loro nomi:

1. Pasquale Del Mastro (23 anni)
2. Tobia D'Apollo (64 anni)
3. Andrea Saturnino (62 anni)
4. Orazio Testa
5. Giovanni Folliero (bersagliere, 29 anni)
6. Francesco Castelluccio (21 anni)
7. Luigi De Luca
8. Anania Fortunato (sarto, 64 anni)
9. Camillo Colasanto (17 anni)
10. Salvatore Barile (netturbino, 54 anni)

 

Il Foglietto aprì una sottoscrizione per le famiglie delle vittime, coinvolgendo nella gara solidale la popolazione di Lucera, i maggiorenti vicini e lontani, compresi Gaetano Gifuni, Antonio Salandra e gli emigrati in Nord America. All’appello risposero la provincia di Foggia e persino la Massoneria.  il Grande Oriente d’Italia inviò 500 lire. In tutto furono raccolte 12mila lire, che alla vigilia di Natale 1919 furono distribuite alle famiglie più duramente colpite dal tragico evento.

I retroscena dell’eccidio di Lucera divennero una sorta di “affaire” di stato. Lanciata dall’agenzia Stefani, la vicenda assunse rilievo nazionale. Nella querelle che ne seguì intervennero il presidente del consiglio Nitti ed il suo predecessore, il lucerino Salandra; egli prese le distanze dal prefetto di Foggia Franzè, che aveva tempestato il Ministero degli Interni di missive riservate. Ci fu un’interrogazione di un deputato socialista e il caso Lucera venne discusso anche in Parlamento, con un ampio resoconto sulla prima pagina dell’Avanti puntualmente ripubblicato da Il Foglietto.

Oggi queste interessanti vicende, relative al moto popolare lucerino e al procedimento giudiziario che ne seguì appassionando l’opinione pubblica non solo locale, sono state ricostruite da Francesco Barbaro nel volume Lucera la strage dimenticata. Al di là della narrazione, il ricercatore lucerino effettua un esemplare spoglio tematico del Foglietto e di Spartaco, i due periodici locali che, nelle loro cronache, documentarono le varie fasi dell’evento. Emergono i diversi punti di vista dei due giornali, derivanti dalla marcata impostazione ideologica di Spartaco e dalla altalenante linea editoriale de Il Foglietto. Il settimanale lucerino, ad un certo punto, prese le distanze dall’evento: la cronaca del processo venne relegata in poche note informative, sparirono gli appassionati corsivi che avevano contraddistinto l’intensa partecipazione iniziale.

La parte più interessante del volume è l’analisi dei carteggi dell’Archivio Centrale dello Stato e dell’Archivio del Tribunale di Lucera; partendo da essi, Barbaro focalizza il ruolo del prefetto dell’epoca. A causa della sua forte pregiudiziale antisocialista, Franzè non riuscì a capire la portata sociale di un evento così drammatico. Trascurò le vere cause del disagio per il caroviveri e credette di fronteggiarlo facendo intervenire 500 carabinieri in assetto di guerra contro la popolazione inerme. Ma il prefetto indusse anche il Ministero degli Interni a trasferire in altra sede i giudici Morfino e Milone, del tribunale di Lucera, che si stavano occupando del caso, tacciandoli di filosocialismo. La fase istruttoria verrà affidata ai giudici del Tribunale di Trani.

Con il rinvio a giudizio dei cinquanta imputati, il processo tornò alla competenza del tribunale penale di Lucera (la Corte d’Assise di Bari giudicherà solo un imputato). Nel collegio di difesa si distinsero i deputati socialisti Leone Mucci e Michele Maitilasso.

Maitilasso, scagionato appena un mese prima dal ruolo di imputato (era stato accusato dal prefetto Franzè di aver fomentato la rivolta, tesi smentita durante il processo), come avvocato difensore contestò le richieste del pubblico ministero discutendo, con grande cognizione di causa, la “teorica” dei delitti della folla. La sentenza del Tribunale di Lucera, emessa nel marzo 1920, diede ragione agli avvocati difensori. Furono smontate le certezze del prefetto Franzè della congiura socialista, basate sul fatto che, nelle ore successive all’eccidio, nella locale camera del lavoro erano state rinvenute alcune armi: la loro esiguità non avrebbe mai consentito ai dimostranti di riuscire ad avere la meglio sulle ingenti forze di pubblica sicurezza – circa cinquecento unità supportate da mitragliatrici – presenti a Lucera l’11 luglio.

Dei 116 imputati, 50 furono rinviati a giudizio, e di questi ben 45 furono assolti. Cinque imputati furono condannati a pene miti. Ma dalle colonne di Spartaco si levò un’amara constatazione: nessun provvedimento giudiziario era stato emesso a carico delle forze dell’ordine che avevano sparato all’impazzata sulla folla, e avevano continuato a farlo anche quando molti manifestanti stavano rientrando pacificamente nelle loro case.

Soltanto un “ardito”, riconosciuto da molti testimoni come responsabile materiale dell’uccisione di un bersagliere, nell’ottobre 1921 fu condannato a 14 anni di carcere dalla corte d’assise di Bari. Ma non scontò mai la pena: era contumace. A vent’anni dalla mite sentenza, i legali del milite richiesero l’abolizione della condanna, appellandosi all’amnistia del gennaio 1923 varata dal governo Mussolini per azzerare i processi per reati commessi dagli squadristi fra il 1920 ed il 1922. L’applicazione dell’amnistia fu chiesta con valore retroattivo, con la motivazione della valenza politica dei moti contro il caroviveri. A distanza di oltre vent’anni – nell’anno XVIII dell’era fascista – si ottenne così l’annullamento dell’unica, simbolica condanna in contumacia inflitta ad uno dei protagonisti dell’eccidio di Lucera. Prevalse la tesi sostenuta dal prefetto Franzè, riconosciuta insussistente dalla sentenza del 26 marzo 1920.

Nel secondo dopoguerra un albero e una piazza (piazza Umberto I fu titolata ad Antonio Gramsci) ricordarono ai Lucerini, per qualche tempo, i luoghi dove era stata consumata la strage del 1919. Un evento rimosso dal regime fascista fin dal primo anno del suo avvento al potere. Francesco Barbaro, con la sua documentata analisi, ha restituito questa microstoria alla memoria collettiva della sua città.

 

di Teresa M. Rauzino

Tratto da: http://www.ilmattinodifoggia.it

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