21Dicembre

Gaetano Pitta Il corriere di Foggia 26-03-1950

Educatore e maestro

« Un gran cuore, il nostro cuore, ha cessato di battere la sera del 21 Gennaio in Roma. quel cuore si chiamava Gaetano Pitta». Queste le prime parole con cui s'iniziava il nobilissimo manifesto lanciato al pubblico di Lucera dalla locale Sezione dell'Associazione della Stampa, di cui Gaetano Pitta fu l''autorevole amatissimo Presidente, come degli attuali suoi componenti Egli fu fino alla morte Maestro ed Esempio fra i più illustri.

Vi sono esseri cui la costante di dimestichezza, il bisogno prepotente di continua estrinsecazione dello spirito - mai pago di conoscere la fecondità - di pensiero e, infine l'esigenza più che mai viva, di ricordarci di essere ricordati, fanno si, che, allorquando, soggiacendo alle immutabili leggi della natura, anch'essi scompaiono, la triste nuova, più che dolore, suscita un senso dì attonita meraviglia e di amara sorpresa tanto radicata era la convinzione della loro immortalità. Questa ancora l’impressione prodotta in noi dal triste annunzio della dipartita di Gaetano Pitta, al quale ci legava oltre mezzo secolo di costante affetto, di alunni prima, discepoli poi nell'agone giornalistico e commilitoni suoi infine nelle redentrici conquiste del lavoro, nelle diuturne battaglie per l'avvento della libertà. Quanti ricordi - lieti e tristi - s'affollano alla nostra mente nel rievocare Colui che tutta la sua vita ispirò all’amore e al sacrificio: riesumandoli, noi sentiamo di soddisfare un bisogno dello spirito, mentre rendiamo omaggio migliore alla memoria dell'indimenticabile Maestro.

In un modesto ambiente di provincia, qual'era il nostro, non dissimile d'altronde dai tanti altri del disgraziatissimo meridione negli ultimi anni del secolo scorso, la vita materialmente piatta e opaca si polarizzava intorno ad un gruppo di feudatari, ibrido prodotto dell' antica aristocrazia, che del casato non aveva, conservato che il solo nome, con la ricca borghesia agricola. Da questo connubio era scaturita poi la nuova classe dei cosi detti massari, non pochi dei quali dal brigantaggio sanfedista, seguito alla caduta del regime borbonico, avevano saputo trarre tutti gli elementi per considerare la loro posizione cosi come, purtroppo, si è ripetuto nel recente disgraziatissimo dopo guerra in cui, speculando attraverso i mercati neri sulle acerbissime ferite della Patria, i nullatenenti di ieri son di venuti i luogotenenti di oggi - e che in piena e tranquilla coscienza ritenevansi depositari del mandato ad essi conferito da S. Maria Patrona di Lucera indipendenti governatori della città. Questa esigua, ma potentissima minoranza, che aveva nelle mani quelle armi, le sole adatte in quei tempi per garantire Il potere, la Banca e l'Esattoria Comunale, s'era saputa insediare amministrativamente in tutti i posti di comando e faceva nel suo esclusivo interesse il bello e il cattivo tempo, se non col beneplacito, per lo meno profittando dell' assenteismo o dell' indifferenza di alcuni parlamentari.

Pochi spiriti indomiti, più che per fede o idealità politiche, per fine di concorrenza padronale, tentavano di contrastare il dominio del gruppo dei decorati di chincaglieria varia: giornali e giornaletti, che nascevano un giorno, vivevano un mese e si spegnevano illagrimati subito dopo ogni ludo cartaceo, cercavano di agitare le pestifere acque della nostra morta gora; tessevano ribellioni ed entusiasmi venivano provocati dai vari tentativi di lotte politiche imperniate su nomi illustri come quelli di Ruggero Bonghi e Celesti no Summonte. Tutto però finiva miseramente, perché l'arma formidabile della scheda segnata, fatta funzionare con matematica precisione dalle due attivissime centrali di dominio e di schiavitù dianzi accennate, esercitava un potere incontrastato sul pecorume elettorale, formato dal piccolo ceto agricolo, dalla classe impiegatizia, dell'artigianato a dal bracciantato.

Come nacque il " FOGLIETTO"

In tanto marasma di vita materiale e intellettuale vedeva la luce - il 7 Dicembre 1897 un periodico di così piccolo formato da sembrare un foglietto: e «Foglietto »  fu chiamato. Cosi si esprimeva Gaetano Pitta che quel «Foglietto" volle e rese vivo con le vibrazioni più intense del suo vasto e luminoso ingegno e con tutti i fremiti del suo animo nobilissimo, aperto ad ogni senso di libertà e assetato di bene e di fratellanza.

Fu necessità, fu fortuna  fu destino? Certo è che quel minuscolo foglio, creato dalla tenace volontà di un uomo, dal suo amore per gli umili e dalla sua fede in un avvenire migliore, e curato con vera passione dal suo editore, un altro spirito tutto slanci, l'Avv. Massimo Frattarolo, che alle cure del digesto aveva preferito la creazione di una industria grafica assurta poi ad un posto eminentissimo nella regione, quel minuscolo foglio, dicevamo, in pochissimo tempo si affermava e s'imponeva al punto, che i tanti e vari problemi locali provinciali e regionali, - primi fra essi quelli ,dell' Acquedotto del Sele,  della Ferrovia Garganica e del famoso progetto della Ferrovia Puglie Roma, le cui pratiche da anni dormivano in polverosi scaffali venivano esumati e, sotto il pungolo della libera critica, esaminati trattati e in gran parte, risolti.
E, da allora, non vi fu avvenimento triste o lieto per Lucera per la Capitanata e per le Puglie, non vi furono campagne d'indipendenza e lotte di redenzione che non avessero Ilel « Foglietto » il loro assertore e difensore.

Che meraviglia adunque se intorno a una cosi superba palestra di alta intellettualità e di affermazione dei supremi valori nello spirito, Gaetano Pitta rappresentasse il punto di fusione degl'ingegni giovanissimi e migliori di nostra gente, che nel Foglietto mossero i primi passi e che poi le vicende della vita sparsero ovunque nel mondo .

Molti di essi, purtroppo non sono più: il grande e infelice cantore di Fedra e di Manfredi, scomparso innanzi tempo, appena baciato dalla Gloria, Umberto Bozzini; Gaetano Ottaviano austera figura dantesca; Giacomo Strizzi valente letterato e dolce poeta vernacolo; Matteo Amicarelli avvocato e parlamentare eminentissimo;  Michele De Padova il grande lirico acclamatissimo dai più grandi ed eletti pubblici d'Europa e d'America; Enrico Evangelista, gran caustico e gran cuore; Massimo Frattarolo; Nestore Petrilli; Eugenio Mancino; Roberto e Riccardo Damiani; Giuseppe Colucci avvocato giornalista e romanziere illustre; Domenico Turchi; Giovanni Tancredi storico insigne e appassionato della sua montagna garganica e del famoso Speco di S. Michele; Giuseppe d'Urso che la sua appassionata polemica in difesa dell’aspirazione del suo Comune, Rocchetta S. Antonio, di vedersi aggregato alla Provincia di Foggia, non poté vedere in vita coronata da successo; Di Stasio e Ricucci, Nozzetti, Tomaiuolo, Palatella, Cairelli, Palleri, Di Gennaro e molti altri ancora, alla cui memoria va il nostro fraterno ricordo; ma occupano tuttora posti di prim'ordine nel campo politico, letterario e giornalistico colleghi carissimi e fra i primi Alfredo Petrucci, mente poderosa dalla poliedrica cultura letteraria e bibliografica, il di lui fratello Silvio valoroso giornalista, Francesco Maratea figura preminente nel giornalismo romano, l'eminente parlamentare Michele Vocino e Giuseppe D'Addetta e Ignazio Di Pace, difensori strenui degli incanti del loro Gargano,  Tommaso Ventrella granitica, tempra garganica di giornalista e parlamentare insigne, Antonio Palmieri anche lui forte montanaro del Subappennino, fustigatore inesorabile di cricche e camarille, Tullio Colucci attuale Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Vincenzo Ciampi decano illustre del giornalismo di Capitanala, Ciro Angelillis medico e storico di gran valore, e G. Battista Gifuni, Ettore Lupo, Alfonso La Cava, Giulio Curato, Umberto e Ettore - Onorato, Ernesto Mandes, Oreste Frisoli, Alfonso De Peppo, Alfonso Piemonte, Alfredo Severino e molti altri, la cui comunanza di vita e di rapporti, conservatasi tenace per vari decenni, ci torna sommamente gradita e di conforto in questa, che per noi ormai più che anziani, è l'ora del crepuscolo.

Gaetano Pitta, reduce dai trionfi universitari, dopo un'agitata parentesi napoletana di vita artistica e giornalistica, aveva finito per stabilirsi a Lucera dove insegnava lettere, matematica e fisica a un gran numero di giovani.

Rimonta proprio a quell'epoca il triste ricordo della piaga orrenda che infestava la vita civile della nostra città, in cui un esercito di accattoni, trascinando con i propri cenci la propria miseria andava alla ricerca del soldo o dei due centesimi a testa che la generosa carità dei signori soleva settimanalmente elargire a una turba di pezzenti, attraverso il gesto impaziente e il coro di villani, superbi della livrea dai propri servitori.

Questo spettacolo di miseria e di fame doveva scomparire, e nessuna altra penna più incisiva di quella di Gaetano Pitta poteva concorrere in tanta grandiosa opera di civile bonifica. Egli ne scrisse ripetutamente nel suo giornale. Contro questo spettacolo di miseria e di fame si levò il cuore e la penna di Gaetano Pitta.
Il suo grido venne accolto dal cuore generosissimo di una eletta dama lucerina, vera nobildonna Maria De Pappo Serena, figliuola  primogenita di quell'eminente statista che fu il Barone Ottavio Serena Lapigio, qui venuta giovanissima dalla natia Altamura, sposa adorata del avv. Federico De Peppo. Quelle due anime fuse in un sol palpito di bene compirono il miracolo e gli Ospizi, per i vecchi reletti dalla vita, per gli orfani senza cura e senza amore, sorsero e si svilupparono, unici in provincia, perpetuandosi nell'avvenire mercé la passione e l'interessamento di una degnissima erede della nobile dama della carità: la di lei figliuola Donna Antonietta De Peppo vedova Petrilli.

Ma non fu quella la sola manifestazione di altruismo. Numerosi casi di sventure e di povertà trovarono nel tempestivo intervento di quei due missionari della carità sollievo e fiducia ond’é che il ricordo dei nomi di Maria De Peppo Serena e di Gaetano Pitta resterà incancellabile nel cuore di ogni lucerino.

Politicamente Gaetano Pitta apparteneva alle correnti di sinistra, diremmo noi moderate. Nessuna meraviglia quindi che col suo Foglietto dei primi tempi egli sostenesse la candidatura del repubblicano Raffaele Fraccacreta nel Collegio di Sansevero e del radicale Domenico Zaccagnino in quello di Sannicandro Garganico e fosse stato riconosciuto, all’allora fiorentissimo circolo Artistico Santa Cecilia di Lucera, come unico che, intellettualmente e politicamente potesse degnamente commemorare il bardo della democrazia italiana di quei tempi, Felice CavaIotti, ucciso a Villa Cellere nel Marzo del 1898.

Intanto, alla fine del vecchio e agli inizi del nuovo secolo, s'iniziava opera di penetrazione nella massa dei lavoratori mercé la propaganda e la guida dei locali pionieri del nuovo verbo: Fioritto, Mucci, Maitilasso, Da Palma. Damiani, Da Troia, Fischetti, Ferrone, Troncone, Rubino, Pompeiano ed altri, spesso sorretti dall'intervento degli On. Enrico Ferri, Vittorio Lollini, Morgari, Rondani, Vella, Maiolo, Trematore socialisti, e Ubaldo Comandini, Carlo Altobelli, Raffaele Cotugno e altri, repubblicani.

 

Il movimento, pur attraverso ostacoli d'ogni sorta, si sviluppava sempre più, spesso irrorato di sangue innocente (leggi: eccidi proletari di Candela, di Ruvo, di Minervino, di Foggia, di Lucera) la cui macchia la feroce reazione dei capitalisti pretendeva ed otteneva che ogni giorno più si allargasse, illudendosi che soltanto cosi il fatale divenire dei tempi nuovi e le sante rivendicazioni del lavoro con l'affermazione di un nuovo diritto e di una novella giustizia potessero arrestarsi e quindi scomparire.

Tali continue odiose manifestazioni di violenza e d'illegalità, non potevano lasciare indifferente un animo assetato di giustizia quale era quello di Gaetano Pitta: ond'è che molto non trascorse, ed egli passava nel nuovo esercito marciante verso l'avvenire.

Calorosi e legittimi furono le soddisfazioni e l'orgoglio dei lavoratori nel vedere fra essi il fiero e indomito assertore delle loro rivendicazioni e dei loro diritti, cosi che in breve Gaetano Pitta divenne l'idolo delle masse locali e provinciali. Ma quante lotte e quante battaglie egli dovè affrontare e sostenere per l'affermazione e la difesa del nuovo credo sociale, e quanti soprusi persecuzioni e violenze morali egli e il gruppo dei suoi giovani discepoli dovettero subire e fieramente sopportare. Ricordiamo, durante le elezioni amministrative, prima (nelle quali egli assieme ad un gruppo di valorosissimi e indipendenti professionisti conquistò e rappresentò degnamente la minoranza nel Consiglio) e in quelle politiche poi (candidato socialista contro Antonio Salandra) la guerra spietata mossa dagl'imperanti conservatori ai fanatici e ridicoli assertori del nuovo verbo: rifiuto in massa degli abbonamenti al «Foglietto», siluramento delle lezioni private, tentati licenziamenti di liberi impiegati, boicottaggio di esercizi industriali, commerciali e di prestatori di lavoro (leggi: condanne alla fame!) a, financo, annientamenti e sfratti di circoli avversari, in modo da costringere gli appartenenti ai medesimi a disgregarsi. Tempo perduto però, perché i perseguitati e gli sfrattati accettavano con sereno stoicismo tutte le prepotenze e tutti gli abusi e se ne stropicciavano, se pure senza tetto e ridotti, serialmente, dopo una lunga sosta nell' allora fiorentissima Libreria Mancino (la Zanichelli lucerina), a passare le ore piccole seduti sulle scale esterne del palazzo Damiani, a Porta Foggia, per le interminabili loro discussioni politico letterarie filosofiche - lucerine, e ove la genialità dell'anfitrione, il cav. Daniele Damiani aveva spinta la sua generosità nell’offerta serale di un recipiente di creta (comunemente detto cicino, per cui la denominazione del Circolo del Cicino appioppata a quella dimora sarotina di scapigliati) colmo di acqua fresca e pura, tanto necessaria per umettare ugole secche per il lungo dissertare.

Poi, venne la prima guerra europea, e il simpatico cenobio politico letterario si scioglieva e i suoi appartenenti venivano sballottati un po’ dappertutto. Gaetano Pitta ­milite fedele della corrente socialista-riformista, alla quale era rimasto sempre legato, pur conservando libero e sereno il suo giudizio su uomini ed eventi, e nella cui fede egli è morto - su designazione dell'on. Leonida Bissolati, che tanto lo a­veva caro veniva assunto ad un posto delicatissimo nel Ministero delle Pen­sioni, allora creato e affidato alle cure dell' On. Gerardini. Egli, anche in quel nuovo posto, ebbe modo di far rifulgere le sue preclari doti intellet­tuali e la sua inestima­bile competenza, riconosciute e lodate, oltre che dai dirigenti ministeriali, da quello spirito adaman­tico ma severo del suo antico avversario politico, Antonio Salandra che, cavallerescamente, non ebbe mai a far mistero del suo apprezzamento e della sua serena convin­zione.

Conchiusasi vittoriosa­mente la grande guerra, unicamente per nostro merito, le piazze e le vie d'Italia furono teatro doloroso delle inconsulte manifestazioni di un po­polo che supinamente su­biva gli ordini esterni di ribellione e di violenza che dovevano sabotare la recente vittoria. Segui con inevitabile reazione alla rivolta e alla violenza, il fascismo. Ma, ironia della sorte, una delle pri­me vittime del nuovo re­gime fu proprio il paci­fico puritano Gaetano Pit­ta il quale, da un locale gruppo d’incoscienti fanatici che, nella foga di procacciarsi la benevolenza dei novelli padroni, si moltiplicavano nell’e­sercitare il turpe mestiere della spia, veniva denunziato a Roma quale socialista ed immediata­mente messo fuori dal Ministero delle Pensioni. S'iniziava cosi per Gaetano Pitta e per la sua famiglia la dolorosa Via Crucis, che, dopo un breve periodo di vita impie­gatizia presso una Ditta edile di Sansevero, lo ri­conduceva in Roma ove, seppure in età non più giovane, veniva costretto per vivere ad impartire lezioni private. Ma, nei grandi centri, é risaputo che la vita é per i traf­fichini egli invece, che tanto non poteva né sa­peva essere, ebbe non poche volte a sola com­pagna la fame. Ma la sua fede purissima nella bon­tà e nell’amore non vacillò mai specie nei tanti periodi di stenti e di mi­seria in cui era costretto a vivere, e la sua condotta con sé, con i suoi e con noi, che integri gli conservavamo il nostro affetto e la nostra devo­zione, si manifestò sempre come quella del giu­sto e del rassegnato ad una volontà superiore, alla quale ininterrotta­mente si sentiva grato e alla quale non implorava che la forza per poter sopportare amarezze e dolori.

Ma ecco un’altra manifestazione del suo auro destino! Egli, che fu uno degl’ingegni più vividi e poliedrici e maestro nel giornalismo ita­liano, doveva vedersi fuori da ogni lotta e competizione, laddove, pennivendoli transfughi di tutti i partiti, dovevano ritenersi indegnamente interpreti dell’opinione pub­blica e dettare sentenze a avventare critiche; Egli, che aveva dovuto, in nome delle più nobili alte aspirazioni materiali e spi­rituali, sostenere lotte me­morabilissime con avver­sari non degni di lui e sentirsi vittima di mortificazioni d'ogni specie; Egli, uomo probo sereno ed equilibrato, che aveva insegnato per tutta la vita l'esercizio dei diritti, se­guire e giammai prece­dere l'adempimento dei doveri, perseguitato innocente da una miserabile turba che la codardia del loro animo sapevano estrinsecare solo attraverso la vile delazione: come se tutto ciò non fosse stato sufficiente, doveva subire ancora l'affronto di un branco di mocciosi ai quali altro non s'addi­ce che la fiera apostrofe del vate italico alla tracotanza gallica: sgombrate il cammino, scompari­te: quando noi eravamo grandi, voi non eravate ancora nati

Ora dorme lontano dalla sua Lucera

Gaetano Pitta dorme ora in terra romana quel sonno che egli avrebbe voluto dormire nella terra sacra della sua diletta Lucera, accanto ai suoi cari predecessori! Pur­troppo, neanche in questo modesto desiderio il destino suo gli fu benigno. Ma per noi Egli è sempre vivo, per noi Egli si con­serva sempre Padre e Maestro nostro; e casi, come per tutta un’esi­stenza a Lui ci siamo rivolti per irrobustire la nostra fede nei momenti di abbandono o attingere nuove energie per resi­stere alle durezze della vita, altrettanto oggi al suo nobile spirito ricor­reremo ogni volta, sentiremo il bisogno di averlo intorno a noi esempio guida protezione.

Sappiamo che in Roma diversi discepoli suoi e nostri amici carissimi, sotto li auspici della Società degli autori, si propongono di trasmettere ai posteri la Sua memoria, provvedendo alla stampa dei non pochi importan­tissimi suoi lavori lette­rari e politici. A proviamo incondizionatamente il lodevolissimo proposito e facciam voti che la no­stra civica Amministra­zione, la quale col suo nobilissimo manifesto pri­ma e con la solenne commemorazione del Consi­gliere Ferrone, nella tornata consiliare del 5 andante, poi, ha degnamente ricordata la grande e au­stera figura di questo amatissimo figlio di Lucera, voglia degnamente partecipare all'encomia­bilissimo atto dei nostri concittadini residenti in Roma, onde i nostri figli oggi e i figli dei nostri figli domani possano conoscere quanto grande fu il cuore e quanto fulgido l'ingegno di Gaetano Pitta.

Lucera Marzo 1950

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