08Gennaio

La Chiesa di San Domenico: i domenicani, la committenza e i rapporti con la morte

La produzione artistica della chiesa di San Domenico, con i suoi rifacimenti eseguiti fra il XVII ed il XVIII secolo, rientra nel linguaggio del barocco napoletano. Esso rappresenta l’esito della naturale dipendenza della Puglia al Regno di Napoli sotto il dominio spagnolo, sancito dalla pace di Cateau-Cambresis del 1559. Tale pace portò lo spostamento della produzione artistica da Venezia verso Napoli: le botteghe napoletane raggiunsero così grande fama e vennero sommerse di commissioni affinchè la nobiltà, gli ecclesiastici e gli ordini religiosi della Puglia e di tutto il Regno potessero avere i prodotti all’ultima moda e di qualità.

Uno sguardo “a grandangolo” è posto sulla committenza nobile che operò all’interno del complesso di San Domenico di Lucera, la quale non solo finanziò la realizzazione di una serie di dipinti e pale d’altare, ma privilegiò la chiesa come luogo di sepoltura, esprimendo il bisogno di superare “il varco della memoria”.

Attraverso la lettura dei manufatti della chiesa di San Domenico è possibile individuare quale fosse il rapporto particolarmente stretto che legava i padri domenicani e la nobiltà lucerina. Un rapporto che esprimeva non solo il “senso di appartenenza” , caratterizzato nell’immediata individuazione dello status sociale (essere nobile, essere un domenicano) ma soprattutto si basava sui ruoli di potere che la loro condizione privilegiata offriva.

Da un lato, la nobiltà lucerina, detentrice delle sorti civili della città; dall’altro , i padri domenicani, forti di una presenza secolare quali difensori dell’ortodossia cattolica e ricchi di quel prestigio dovuto alla figura del Beato Agostino Kàzotic a “Protettore della Città”, sepolto nella chiesa divenuta santuario meta di pellegrinaggi di importanti personalità.

Più di ogni altra chiesa di Lucera, San Domenico è ricca di epigrafi funerarie e commemorative delle famiglie nobili fra le più importanti ed antiche; alcune di queste famiglie provengono direttamente dalla capitale del Regno con cui continuano ad avere stretti rapporti. Ciò spiega la presenza di manufatti artistici, quali le pale d’altare, commissionati direttamente presso le botteghe di artisti partenopei, come lo Stanzione ed il De Matteis.
Le famiglie Granata, Quaranta, Nocelli, Corrado, Pagani, D’Auria, Corigliano, Roverella-Della Porta e Caropresa hanno apposto lapidi sulle mura e sul pavimento della chiesa, privilegiando la sepoltura dei loro defunti nelle cappelle funerarie sotterranee. Si contanto ben 14 lapidi con iscrizioni latine, oltre al monumento funerario della famiglia Quaranta collocato in prossimità del portale principale. Inoltre alcune di queste famiglie hanno finanziato la costruzione degli altari e delle cappelle dedicate ai santi domenicani.

Ma oltre l’umana pietà verso i defunti, oltre le orazioni ed i de profundis dei nobili parenti superstiti, oltre la volontà di erigere altari privilegiati ai santi protettori della casata, esercitando in tal modo lo “ius patronatus” , c’è il desiderio o, forse è meglio definirlo, il bisogno di superare “il varco della memoria”.

Per la nobiltà la memoria non rappresenta solo la forza del loro potere e del loro prestigio, ma diviene anche strumento di comunicazione della loro forza sociale: l’oblio significa condannare all’estinzione “ideologica” della nobiltà, una sorta di “damnatio memoriae” imposto dagli eventi della storia.

Gli stemmi, che recano le armi della famiglia, principio araldico del lignaggio, le lapidi, le tombe presenti all’interno della chiesa hanno, quindi, il fine di superare il pericolo dell’estinzione della memoria, quasi una sorta di fontana dell’immortalità dove la scrittura e i simboli diventano strumenti di comunicazione fra il mondo dei vivi e quello dei morti: due mondi in stretta coesione, la cui coesistenza è garantita dai canali culturalmente predisposti per la loro comunicazione, nei tempi e nei luoghi adatti.

Le lapidi diventano strumento di perpetuo elogio funebre, attraverso cui l’aristocratico superava la morte fisica; in tal modo esso continuava a vivere non solo nella memoria familiare ma, attraverso le parole incise, viveva per sempre e “ridato” alle prossime generazioni.

Gli elogi funebri sono densi di metafore e seguono una retorica che ha proprie regole e proprie tecniche in cui, di essenziale importanza, sono le doti di intelligenza, di nobiltà d’animo e di fervore religioso: ciò che culturalmente può essere definito un “nobile atteggiamento”.

Un esempio significativo è dato dalla lapide posta all’interno della cappella della Madonna del Rosario appartenente alla famiglia Corigliano: marchesi di Rignano, di nobiltà salernitana, i Corigliano hanno parentele con diversi nobili casati napoletani e molti rappresentanti di questo casato furono iscritti all’Ordine Cavalleresco di Malta. L’iscrizione funebre recita (se ne riporta la traduzione dal latino):

A perenne memoria| di Gaetano Corigliano| dei Marchesi di Rignano e Villanuova| figlio di Francesco Paolo e Vittoria Corigliano| che completato il corso degli studi | nel collegio di Napoli| pur essendo il più grande tra i fratelli|e tuttavia abbandonando tutte le realtà terrene| preferì arruolarsi nella santa milizia sacerdotale| per l’integrità dei costumi| la singolare beneficenza verso i poveri| e le altre virtù cristiane| mirabilmente rifulse| Visse 79 anni 2 mesi e 3 giorni| morì nell’anno 1812| Domenico Corigliano| Cavaliere di Gerusalemme| perchè non venisse meno del tutto| la memoria di uno zio così illustre| volle con animo grato questo monumento| nell’anno 1836 della redenzione.

Ma la lapide diviene anche uno strumento attraverso cui si sancisce non solo il diritto di discendenza “di sangue” ma dichiara, a distanza di anni, un diritto di proprietà esclusivo. E’ il caso descritto nella lapide apposta all’interno della cappella della Natività di Gesù, la cappella più antica della chiesa di San Domenico, commissionata dalla famiglia Corrado, di cui l’erede Marco Villani manifesta l’esclusiva proprietà: la famiglia Corrado ha origini molto antiche ed il primo rappresentante è menzionato a Lucera già nel 1371. Provenienti dalla Francia, da qui si diramarono prima in Lombardia, per poi giungere nel Regno di Napoli. Molti dei suoi rappresentanti furono annoverati fra i Cavalieri dell’Ordine di Malta e nota alla cronache lucerine è la figura dello storico Carlo Corrado, canonico protonotario apostolico della Cattedrale di Lucera.

La lapide è a forma di cuore, sormontata dallo stemma del lignaggio consistente in una testa di leone ed una zampa di felino ed il motto Doctrina et armis (col sapere e con le armi). Essa recita:

A Dio ottimo e sommo| Alessandro Corrado Barone di Montelungo| di Bonefro di Colletorto di San Vito Baronilli| imparentato con Seiano di Sorrento a i Verdiana di Semeraro| e il fratello Bartolomeo Corrado| Cavaliere di Gerusalemme di lui germano| di questo sepolcro| edificarono con pietà nell’anno 1571| della nascita del Signore| La pronipote Marzia moglie di Giuseppe Villani| Corrado ereditò il patromonio| Morì nel giorno di sabato 25 aprile 1636| Marco della nobile famiglia dei Villani| e discendente dei Severiano in qualità di figlio erede| e possessore consacrando l’altare| lasciò dote e legato per messe| come rogito manoscritto| del notar Bartolomeo de Iory| Anno Domini 1707

La lapide non è solo lo strumento di continuità della memoria ma riassume, in poche righe, la domesticità degli affetti familiari, come quelli descritti nella lapide effigiata con teschio e ossa, apposta all’interno della cappella dedicata a San Domenico.

Essa esprime tutto lo sconcerto ed il dolore per l’immatura morte di due giovani sposi, Giulia Roverella e Domenico Della Porta, e la tristezza per i due piccoli orfani, Maria Teresa e Scipione, a cui sono affidati i destini della continuità della famiglia:

A Giulia, dei Conti Roverella| del più cospicuo patriziato di Ferrara| bella senza ornamenti, dolcissima e carissima| al compagno con il quale visse 4 anni in pace| Domenico Della Porta, signore di Civitella| a 24 anni pose a lei di 17 anni| Se a te morte, appartengono le vendemmie mature| perchè rubi quelle acerbe?| Morì a Lucera nelle 13 calende di agosto| del 1764 dell’era volgare| Sopravvissero Maria Teresa di 2 anni| e Scipione di 1 anno.

Nonostante la presenza di tombe sotterranee e di lapidi funerarie, pochissimi sono i simboli presenti attinenti alla morte poichè è negli intenti della nobiltà rifuggirla, al fine di perpetrare il ricordo dell’estinto; e qualsiasi manifestazione che ne esprima la sua presenza, ne abbruttisce la memoria. Pertanto la morte fisica non può intaccare la nobiltà del casato: fama, onore, ricchezza e potere si tramandano di padre in figlio, di generazione in generazione, rinnovandone il lignaggio.

La rappresentazione della morte viene affidata a simboli metaforici, ossia ad una serie di immagini culturalmente codificate: posto dinanzi all’altare di San Domenico una lastra marmorea policroma pavimentale rappresenta l’effige di un cherubino alato e ricciuto che reca nella mano destra la falce e la tuba, nella sinistra una clessidra alata, sormontato da una fascia che recita: QVASI FLOS ECREDITVR ET CONTERITVR.

Oppure attraverso la rappresentazione delle armi della famiglia, come quella dei Granata, antico casato di origine spagnola, i cui membri ricoprirono i più alti gradi militari. Dinanzi all’altare di Santa Rosa da Lima, eretto da Nicola Granata, sacerdote e tesoriere del Regio Erario della Daunia, è posta la lastra marmorea pavimentale che reca lo stemma araldico della famiglia, tre melograni rossi circondati da una cornice con i simboli della morte, il nastro nero e la falce.

Ulteriore strumento di continuità della memoria è lo “ius patronatus” ossia la devozione particolareggiata per il santo: il culto del santo è soprattutto il culto della sua personalità , che si identifica con le qualità del casato.

La personalità del santo coincide con l’immagine di esso e la sua materializzazione, attraverso le pale e gli altari eretti a spese della famiglia nobile, rappresenta il ” rafforzamento del carattere personale attribuito alla sfera riconosciuta come proprio di esso ed è un incentivo non meno efficace al realismo antropomorfico dei rapporti che con esso si intrattengono” (Satriani, 2000).

In altre parole, l’aristocratico si rivolgerà al “suo” santo trattandolo da pari, in un equilibrio di forze che contrappone la nobiltà del lignaggio alla santità. Pertanto si assumerà l’onere economico del culto dinanzi della comunità, ne adornerà l’altare, finanzierà la festa religiosa e ne doterà di legati testamentari per messe e donazioni per il mantenimento del culto negli anni a venire.

Tutto ciò in obbedienza alla logica che contrappone la forza mediatrice e divina del santo alla forza sociale del nobile: ” la potenza umana si inchina dinanzi alla potenza sacra, la riconosce superiore; eppure, in fondo, avverte che si tratta pur sempre di un dialogo in famiglia” (Satriani, 2000).

Di Anna Castellaneta

Bibliografia

  • L.M. Lombardi Satriani, “De Sanguine”, Roma 2000
  • L.M. Lombardi Satriani, M. Meligrana, “Il Ponte di S. Giacomo”, Palermo 1996
  • M. Pasculli Ferrara, “Arte napoletana in Puglia dal XVI al XVIII secolo”, Fasano 1983
  • F. Spedalieri, ” I dipinti e le Chiese di Lucera”, Lucera 1914
  • F. Renzulli, ” Il Tempio di S. Domenico in Lucera”, Lucera 1939
  • N. Tomaiuoli, “Lucera. Chiesa di S. Domenico”, Fasano 1983

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